Chlorpyriphos e co.: serial killer a largo uso

Il clorpirifos (CPF) è un insetticida organofosforico di largo impiego in agricoltura e per uso domestico. Oltre ad essere una sostanza particolarmente dannosa a livello ambientale, determinando effetti sui principali gruppi animali, ha un profilo pericoloso anche per l’uomo. Desta quindi preoccupazione la sua diffusione nei cibi ancorchè nei “limiti legali”. Ancora più inquietante le limitate frasi di rischio dei prodotti attualmente diffusi quando è stata riconosciuta la sua attività endocrina (Kojima, 2010; Viswanath, 2010) e risulta sospetto mutageno, sospetto allergene respiratorio e sensibilizzante della pelle nella classificazione proposta da ECHA[1]. Una valutazione obiettiva di questo prodotto rende evidente la necessità di una sua sostituzione.

I ritardi degli Enti europei nel bandire o, come minimo, etichettare opportunamente i prodotti che lo contengono, appare inaccettabile anche perché secondo l’agenzia americana per la protezione ambientale il fitofarmaco avrebbe effetti collaterali gravi ai danni della salute umana, in particolare dei bambini. Infatti determinerebbe ritardo mentale nei bambini esposti di età tra i 2 e i 3 anni, disturbi pervasivi dello sviluppo e deficit d’attenzione in quelli in età scolare e ridotto livello di intelligenza nei bambini in età scolare che sono stati esposti nel grembo materno. E’ inoltre noto che l’esposizione cronica agli organofosforici, classe di composti a cui il Chlorpyrifos appartiene, può portare a perdita di memoria, depressione ed insonnia.

[1] https://echa.europa.eu/information-on-chemicals/annex-iii-inventory/-/dislist/details/AIII-100.018.969

 

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