Protesi d’anca difettose, malasanità e malagiustizia per 1500 persone.

 

All’epoca dei fatti descritti l’allora procuratore di Torino Guariniello stava procedendo penalmente per la commercializzazione di protesi all’anca difettose e tossiche con l’accusa di frode in commercio e commercializzazione di prodotti dannosi per la salute. Secondo i dati della procura tra il 2003 e il 2010, almeno 1.500 dei 4.800 pazienti che hanno subito impianto di protesi d’anca si sono dovuti sottoporre a un intervento di rimozione e sostituzione. Le protesi difettose per l’accusa, tra l’altro, avrebbero provocato metallosi, ossia rilascio di ioni di metallo nel corpo.
Tra le vittime di questa situazione vi è la signora A.C., che, in seguito ad usura e malfunzionamento di una protesi d’anca installata il 06/04/2006 presso l’Isituto San Carlo di Nancy, si rivolse ad uno specialista per procedere ad un intervento di sostituzione. Lo specialista richiese la cartella clinica con il codice a barre dell’impianto, dati necessari per accertare se la protesi installata sia compresa tra quelle fallate incluse nell’inchiesta in corso.
Il 1 agosto 2012 la signora A.C. inviava un fax per ottenere tali informazioni. Il 6 agosto 2012 il figlio S.d.S. si recava presso gli uffici del San Carlo dove riusciva ad ottenere una dichiarazione attestante il tipo di impianto inserito, che però non risultava sostitutiva di quanto richiesto dallo specialista.
Il 10 agosto 2012 SdS inviava una raccomandata urgente ribadendo la necessità di ottenere la cartella clinica completa di codice a barre. La raccomandata venne ricevuta dal San Carlo dopo 11 giorni in seguito a sollecito a Poste Italiane, che non hanno mai risposto alla lettera di reclamo. Successivamente S.d.S. e A.C. hanno contattato il Dipartimento Programmazione Economica e Sociale, il Tribunale del Diritto del Malato, l’Assessorato Regionale alla Sanità, ma il codice a Barre non è stato mai consegnato.
Un avvocato e il Tribunale dei Diritti del Malato suggerirono l’intervento del Tribunale Civile di Roma ex art. 700 c.p.c. (provvedimenti d’urgenza). Il 4 dicembre 2013 il capo dei Nas, Caggiano, chiese chiarimenti dopo la segnalazione del Senatore Marino che aveva parlato dell’inchiesta in merito a protesi comprate dal San Carlo di Nancy a € 280 ed altre a 2.500. La protesi inserita potrebbe essere tra quelle economiche oggetto d’inchiesta.
Il 14 gennaio 2013 gli avvocati del San Carlo esibivano davanti al giudice due fotocopie dichiarando che l’originale della cartella clinica era sotto sequestro da parte della Guardia di Finanza. Prima di entrare in aula il figlio di A.C., provvisto di lettore di codice a barre rilevava che i codici portati dagli avvocati del San Carlo di Nancy non erano leggibili.
Nonostante la chiarezza della situazione il giudice ha ignorato la questione dei codici a barre e non ha permesso all’avvocato di A.C. di parlare. Ha compensato le spese (ognuno si è pagato i legali propri) e ha consegnato ad A.C. i codici illegibili.
Successivamente si è provato ad accedere agli atti della Finanza per verificare se tale codice fosse stato sequestrato e fosse identico all’originale. La Finanza ha dichiarato di non aver mai avuto i codici in oggetto a differenza di quanto dichiarato dai legali del San Carlo. Si segnala che le pagine della copia della cartella consegnata ad A.C., sono 31 anziché 34: mancano proprio le pagine contenenti i codici a barre.
Di fronte all’impossibilità di chiarire la questione si è proceduto attraverso i Carabinieri dei NAS incaricati dal PM della Procura Dovinola1 a far sequestrare la protesi, dopo l’intervento di sostituzione. Si segnala che nonostante la delicatezza del contendere la protesi sequestrata è stata inserita all’interno di una scatola opportunamente sigillata con spago, piombo e cartello indicativo su carta intestata NAS e riposto all’interno di un armadio in legno presso l’ospedale stesso.
La protesi non è mai stata periziata. Ad A.C. non è stato permesso di avvalersi del medico di parte. Non sono stati presi in considerazione i codici a barre irregolari. Ma il Procuratore intende archiviare il caso senza aver compiuto verifiche in merito. Nell’archiviazione si nota come minimo una certa sbadataggine: la data della denuncia è il 26-13 (leggesi tredici) 2013, il figlio di A.C. viene descritto come suo padre e non capace di esporre i fatti. Non solo, ma nella proposta di archiviazione si fa
1 Sotto inchiesta a Perugia. Si veda: http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/14_agosto_19/fallimento-terravision-inchiesta-perugia-magistrati-romani-e2568a8a-2781-11e4-9bb1-eba6be273e09.shtml
illogicamente riferimento a un’altra denuncia alla Procura per vessazioni e truffe tributarie subite dalla signora, ma del tutto estranee al procedimento in oggetto. Constatata la grande confusione da parte del PM è lecito pensare che la materia del contendere sia stata considerata con totale superficialità.
Si sospetta che si voglia evitare di far giungere la causa davanti al GIP e di periziare la protesi sequestrata dai Carabinieri dei NAS. Successivamente durante la pratica civile per danni all’udienza del 30 novembre 2017 il CTU ha chiesto al giudice di essere autorizzato ad acquisire la protesi direttamente dal depositario.
L’avvocato di parte ha insistito per la richiesta di autorizzazione del CTU ad acquisire ed esaminare l’impianto protesico oggetto di sequestro, custodito presso i NAS. La difesa avversaria si è opposta alla relativa acquisizione in giudizio. Il giudice, esaminati gli atti, ha ordinato al c.t.u. di proseguire nella consulenza senza l’acquisizione della protesi, in difetto del consenso della controparte, rinnovando l’autorizzazione alla nomina di un esperto ortopedico, per procedere in operazioni peritali sulla signora A.C. e non sulla protesi sequestrata come doveroso.
La causa civile è ancora in essere, ma due giorni prima della perizia alla paziente (e non alla protesi !!!) è morto il consulente ortopedico.
Pochi mesi dopo, nel mese di giugno 2018 (due giorni prima della perizia), viene arrestato il Ctu del Tribunale di Roma che doveva periziare la paziente. Insieme a lei vengono arrestati anche dei militari con l’accusa di corruzione e falso su certificati medico legali.
Si segnala la difficoltà nell’avere giustizia in una causa che risulta, anche all’osservatore più sprovveduto, abbastanza chiara. Un evidente caso di mala sanità e mala giustizia che apparentemente per i poteri forti coinvolti non ha avuto la dovuta attenzione.
Roma 20 febbraio 2018

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Stefano tel. 331 8675502
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