18 ottobre 2018 – Viva l’Irlanda

DALLA PAGINA FACEBOOK DI ENNIO PALMESINO

La nuova legge irlandese sulle bevande alcoliche

La nuova legge sulle bevande alcoliche approvata in Irlanda prevede un prezzo minimo (per impedire che l’alcol venga venduto a prezzi infimi), prevede la presenza sulle etichette degli alcolici di informazioni sulla salute (fra cui anche la notizia che l’alcol provoca diversi tipi di cancro), stabilisce limitazioni alla pubblicità, alle promozioni ed alle sponsorizzazioni, ed altro ancora. Come già successe col tabacco, l’Irlanda ha mostrato coraggio ed ha resistito alle pressioni delle lobby. Sfortunatamente, l’industria degli alcolici ha voluto imitare quella del tabacco di molti anni fa ed ha tentato fino all’ultimo di negare l’esistenza di una relazione fra la sostanza ed il cancro. Ora si spera che l’audace mossa dell’Irlanda diventi fonte di ispirazione per altri paesi europei, e serva anche a ricordare che l’alcol deve rimanere in alto nell’agenda europea.

 

IL SALVAGENTE

Irlanda, giro di vite anti-alcol: etichette shock e prezzi minimi (anche per la birra)

Di Leonardo Masnata

Prezzo minimo e etichette con claim salutisti. Così l’Irlanda, paese in cui il problema dell’alcolismo è molto diffuso, adotta una legislazione sui rischi associati al consumo di alcol. È la prima legge in Irlanda che tratta l’alcol come una questione di salute pubblica. La nuova legislazione influenza il prezzo, le restrizioni all’acquisto, il marketing, la pubblicità e l’etichettatura dell’alcool. “L’alcol danneggia la nostra salute, danneggia le nostre comunità, ferisce molte famiglie”, ha detto Simon Harris, ministro della salute, davanti ai senatori subito dopo l’adozione della legge.

Etichette shock

Euroactiv elenca le novità introdotte dalla legge: un prezzo minimo per unità di alcol, restrizioni sulla pubblicità di alcolici, in particolare in televisione e nei cinema, e un divieto di pubblicità nei parchi pubblici, alle fermate degli autobus e nelle stazioni ferroviarie. Richiede inoltre che il contenuto calorico venga visualizzato sulle bevande alcoliche, che dovrebbero anche contenere avvertenze sul legame tra alcol e cancro in via di sviluppo.

Tre morti al giorno per l’alcool

L’alcol uccide tre persone al giorno in Irlanda, secondo un rapporto pubblicato nel 2016 dal Health Research Board, un organismo consultivo associato al ministero della salute. Dopo il voto dei deputati irlandesi, il primo ministro Leo Varadkar ha accolto con favore l’adozione di una legge che “salverà innumerevoli vite” in Irlanda. A maggio, la Scozia ha introdotto un prezzo minimo per l’alcol al fine di combattere l’alcolismo. Anche alcuni stati canadesi, la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina hanno adottato misure simili.

 

IL SECOLO XIX

Ubriaco alla guida, travolse e uccise un pensionato: condannato a 8 anni e 6 mesi di carcere

M.Gra.

Genova – È stato condannato a 8 anni e 6 mesi di carcere (con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, revoca della patente e confisca dell’auto), il 36enne Jorge Wilson Ceballos Valverde, il tassista abusivo, cittadino ecuadoriano, che nel gennaio del 2016, guidando ubriaco, travolse e uccise con l’auto il 59enne Giuseppe Buttaro, finanziere in pensione, che aspettava l’autobus nel quartiere genovese di Certosa. La decisione del giudice Adriana Petri è arrivata nel primo pomeriggio.

L’incidente avvenne nel gennaio del 2016 e la difesa di Valverde aveva provato a chiedere un patteggiamento per l’uomo, respinto però dal giudice.

La famiglia della vittima è assistita dall’avvocato Giuseppe Maria Gallo, mentre l’imputato è difeso dal legale Igor Dante.

 

IL PIACENZA

«Ha permesso a una minorenne di servire alcol ad un ubriaco», bar chiuso per trenta giorni

«Il titolare ha permesso di servire alcol ad un ubriaco e lei, minorenne, lo ha fatto eseguendo l’ordine. Entrambi sono stati denunciati e in base all’articolo 110 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza il locale è stato chiuso per trenta giorni». Lo fanno sapere dalla questura nella mattinata del 18 ottobre. Si tratta dell’11esimo locale chiuso dal questore Pietro Ostuni dall’inizio dell’anno. Il bar si trova nei pressi di piazzale Libertà. A notificare il provvedimento i poliziotti della divisione Pasi (polizia amministrativa) e quelli della squadra volanti. «Il locale – fanno sapere – era spesso frequentato da pregiudicati e ubriachi che disturbavano il quartiere. Diversi gli interventi delle volanti, per citarne due una lite tra due donne in stato di ebbrezza e l’episodio dell’8 ottobre. Un uomo italiano palesemente ubriaco stava importunando un cliente di un esercizio vicino, di lì l’intervento delle volanti che lo hanno sanzionato. Poco dopo però i poliziotti sono ritornati: l’uomo aveva chiesto ancora da bere e la ragazzina glielo aveva dato. Il titolare quindi è stato denunciato per aver permesso alla minore di servire alcol, lei per averlo fatto». (*) L’articolo 100 del Tulps dispone che la misura di pubblica sicurezza della sospensione della licenza può intervenire in caso di “tumulti o gravi disordini”, oppure “qualora il locale sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose” o, comunque, se il comportamento costituisca “un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini”.

 

(*) Nota: è sufficientemente conosciuta la norma che vieta ad un esercente di cagionare l’ubriachezza e/o di somministrare bevande alcoliche a persone già alterate e/o a minori di 18 anni di età.

Ma pochissimi conoscono la norma che vieta a un/a barista minorenne di somministrare bevande alcoliche a un cliente (anche se maggiorenne e sobrio).

 

IL PIACENZA

Ubriaca dà una testata a una poliziotta: «Vi porto a Pomeriggio Cinque», arrestata

E’ finita con le manette ai polsi la serata della titolare di un bar di viale Dante. La donna, 51enne di Milano, visibilmente ubriaca ha insultato i poliziotti delle volanti intervenuti per la musica troppo alta nel suo locale: «Sto festeggiando il mio compleanno, andate ad arrestare gli spacciatori»

«Conosco Barbara D’Urso, questo caso finirà a Pomeriggio Cinque. Voi non spegnete proprio niente, non avete nient’altro da fare? Andate ad arrestare gli spacciatori» e poi la testata ad una poliziotta. E’ finita con le manette ai polsi la serata della titolare di un bar di viale Dante. La donna, 51enne di Milano  – con alle spalle alcuni precedenti per rapina, lesioni, guida in stato di ebbrezza e minaccia a pubblico ufficiale – è stata arrestata per lesioni e resistenza e sanzionata per ubriachezza. Il 15 ottobre era il suo compleanno, fanno sapere dalla questura, per questo aveva organizzato una serata nel suo locale con un dj sennonché a mezzanotte la musica sarebbe stata troppo alta e qualche residente della zona ha chiamato la centrale operativa del 113 che ha inviato sul posto due volanti. Alla vista degli agenti la 51enne si è indispettita a tal punto da insultarli pesantemente, era anche in preda ai fumi dell’alcol, poi a sfregio avrebbe acceso una radio alzando il volume al massimo: «Voi non spegnete proprio niente, andate a f…». Ne è nata una discussione fino a quando è stata fatta arrivare un’ambulanza per evitare anche che potesse farsi male visto lo stato di agitazione. Non è servito: la donna sarebbe diventata violenta e avrebbe cercato di colpire con calci e pugni gli agenti, è riuscita poi a colpire al volto una poliziotta con una testata (tre giorni di prognosi). E’ stata poi arrestata su disposizione del pm Antonio Colonna. Refertata in pronto soccorso ne avrà per cinque giorni.

 

CIOCIARIA OGGI

Bicchiere di alcol negato, coppia di coniugi si scaglia contro il barista

Piedimonte San Germano – I due, dopo il rifiuto, sono diventati mine vaganti all’interno del bar pieno di clienti terrorizzati. All’arrivo dei carabinieri, la donna avrebbe aggredito anche loro

Vogliono un altro bicchiere. Così, quando il barista di un’attività che insiste sulla Casilina, in territorio di Piedimonte, ha espresso un chiaro diniego a somministrare loro ancora alcol, i due sono divenuti incontrollabili. Mine vaganti all’interno del bar pieno di clienti terrorizzati. Prima avrebbero aggredito verbalmente il titolare, infastidendo anche la clientela presente. Poi, alla vista dell’Arma, avrebbero dato in escandescenze scagliandosi con violenza contro i carabinieri intervenuti.

A finire in manette sono stati due conviventi M.G. di 44 anni e S.M. di 36 (entrambi noti per analoghi reati), residenti a Piedimonte. Secondo quando accertato dai militari della locale Stazione, guidati dal maresciallo Messore della Compagnia di Cassino, agli ordini del capitano Ivan Mastromanno -i due, una volta usciti fuori dal locale, alla vista della pattuglia avrebbero insultato i carabinieri rifiutandosi di seguirli.

La donna perde il controllo

A perdere per prima il controllo sarebbe stata la trentaseienne. La donna avrebbe addirittura provato a stringere le mani al collo di uno dei militari, cercando di schiaffeggiare i due operanti. Una raffica di calci, pugni e spintoni: un parapiglia con l’intervento ovviamente anche del quarantaquattrenne terminato con l’arresto di entrambi. E con sette giorni di prognosi per i carabinieri in prima linea. Convalidato ieri pomeriggio l’arresto, i due conviventi assistiti dall’avvocato Valerio Fanelli hanno optato per un patteggiamento. Sei mesi, pena sospesa, con l’immediata remissione in libertà.

C. Di Domenico

 

BLOGDICULTURA.IT

Flavio Bucci si racconta, rovinato da droga e alcol

Di Filippo Carignani

Flavio Bucci, attore oggi 71enne si racconta in una intervista dove narra i suoi rapporti con alcol e droga e la sua scelta di vivere al massimo.

“In teatro guadagnavo anche due milioni al giorno. Per fortuna ho speso tutto in donne, manco tanto, che me la davano gratis, vodka e cocaina. Scarpe e cravatte che non mettevo mai. Mi sparavo cinque grammi di coca al giorno, solo di polvere avrò bruciato 7 miliardi. L’alcol mi ha distrutto? Mah, ha mai provato a ubriacarsi? È bellissimo”, spiega Bucci al cronista, “Lasci perdere discorsi di morale, che non ho. E poi cos’è che fa bene? Lavorare dalla mattina alla sera per arricchire qualcuno? Non sono stato un buon padre, lo so. Ma la vita è una somma di errori, di gioie e di piaceri, non mi pento di niente, ho amato, ho riso, ho vissuto, vi pare poco?”

L’attore racconta poi di Ugo Tognazzi; “l’unico che sapeva vivere davvero”. Continua con Alberto Sordi, in questo caso però non ha buone parole da spendere: “No, no, mi stava proprio sui co…ni. Ogni giorno, mentre pranzavo nel camper, bussava il suo assistente. ‘Chiede Alberto se t’avanza qualcosa per i cani’. ‘Niente, digli che mi so’ mangiato pure le ossa’”.

Ed eccolo oggi, a 71 anni, capelli grigi e fisico invecchiato dalla vita vissuta, ma alla fine non così tanto. Alle spalle Bucci ha due matrimoni, e nella sua vita c’è ancora la madre 93enne che gli sta vicina.

Una vera vita da rockstar quella di Bucci, inaspettata per molti che si sorprendono a scoprire gli incredibili guadagni dell’attore di teatro celebre per la sua interpretazione del pittore Ligabue. Dall’alto dei suoi 71 anni, Flavio Bucci di storie da raccontare ne ha davvero tante, ha scelto lui come vivere e non saremo di certo noi a giudicare questa intervista del Fatto Quotidiano.

 

ESTENSE.COM

Tragedia in stazione, si esclude l’ipotesi del suicidio

L’uomo investito dal treno merci aveva 49 anni, riconosciuto tramite le impronte digitali. Probabilmente era ubriaco mentre attraversava i binari

Secondo gli inquirenti era con buona probabilità in stato di alterazione alcolica l’uomo che martedì sera è stato investito da un treno merci nella stazione di Ferrara.

L’ipotesi della Polfer deriva dalle testimonianze dei due macchinisti e da un’altra testimone oculare che hanno visto l’uomo – A.R., 49 anni, proveniente dal Marocco, in Italia da molti anni, soprattutto nelle zone di Padova e Rovigo – mantenere un’andatura barcollante mentre attraversava a piedi i binari anziché usare il sottopasso, prima della tragedia.

Alle 20,50 circa l’impatto fatale con il convoglio merci di una compagnia privata che lo ha travolto mentre passava sul binario tre.

Al momento si esclude dunque che si sia trattato di un suicidio.

La vittima era priva di documenti ed è stata riconosciuta tramite le impronte digitali dalla Scientifica: i suoi dati erano già presenti nei database delle forze dell’ordine per via di alcuni precedenti di polizia.

 

REPUBBLICA Milano

Pavia, ubriaco alla guida fermato per un controllo insulta i carabinieri: denunciato

Protagonista un milanese di 35 anni: il suo tasso alcolico era 6 volte superiore al consentito. Ritirata la patente

I carabinieri di Pavia, che lo avevano fermato per un normale controllo a Giussago, si sono sentiti ricoprire di insulti: quando lo hanno sottoposto all’alcol test, hanno scoperto che il tasso alcolico nel suo sangue era superiore di ben 6 volte il limite massimo consentito dalla legge. L’uomo, un 35enne milanese, è stato denunciato per guida in stato di ebbrezza e oltraggio a pubblico ufficiale. E gli è stata ovviamente sospesa la patente.

 

FOCUS

Meno birra e a prezzi astronomici: l’ultimo scherzo del riscaldamento globale

Ondate di calore e siccità minacciano i raccolti mondiali di orzo e rischiano di far raddoppiare i costi delle “bionde”: rispetto agli altri è un problema marginale, ma quello della produzione di cereali non lo è affatto.

I cambiamenti climatici sono più vicini al nostro quotidiano di quanto si voglia credere: stanno aggravando la crisi alimentare mondiale, riducendo il valore nutrizionale del riso, alterando i sapori dei cibi. Come se non bastasse, potrebbero causare perdite sostanziali nei raccolti globali di orzo, minacciando le scorte di solito usate per produrre la birra e facendo impennare i prezzi della bevanda alcolica più popolare al mondo (per volume di consumi).

Oro in boccale. Quello messo in luce in uno studio su Nature Plants è uno scenario forse meno “fondamentale” di altri, ma che dà l’idea di quanto il riscaldamento globale sia destinato ad impattare sullo stile di vita. Per i ricercatori dell’Università dell’East Anglia, che hanno condotto la ricerca, siccità estrema e ondate di calore potrebbero ridurre il consumo globale di birra anche del 16% (o 29 miliardi di litri: più o meno quella bevuta ogni anno negli Stati Uniti), nonché far raddoppiare i prezzi delle “medie”.

Anche negli scenari meno estremi, il consumo mondiale potrebbe calare del 4%, e i prezzi aumentare del 15%. A risentire dei rincari sarebbero soprattutto Paesi relativamente ricchi consumatori storici di birra, come la Germania o il Belgio, dove si è disposti a pagare di più prima di diminuire i consumi.

Il primo a saltare. Soltanto il 17% dell’orzo mondiale, quello di migliore qualità, viene impiegato nella produzione di birra, mentre il resto è in gran parte riservato a mangimi animali. Per gli autori dello studio, sarà proprio questa frazione più pregiata a risentire maggiormente degli effetti del global warming, perché in caso di necessità, occorrerà penalizzare i beni di lusso per garantire la sicurezza alimentare mondiale.

Problemi da ricchi. Il team di scienziati ha simulato gli impatti di eventi climatici estremi dovuti al global warming in 34 aree del mondo. Quindi, ha studiato come gli effetti sulle riserve di orzo si ripercuoteranno sulla produzione di birra, sui suoi consumi e, di conseguenza, sui prezzi. I cali di consumo maggiori si registreranno nei Paesi che hanno gradito di più la birra negli ultimi anni, come la Cina o il Regno Unito.

Ma se nei Paesi industrializzati, a risentirne sarà un’abitudine di costume, quelli più poveri saranno alle prese con problemi assai più gravi, come dimostra il recente filone di studi sugli effetti del clima che cambia sugli “alimenti base” come i cereali. Nel 2050, le conseguenze di eventi climatici estremi sui raccolti potrebbero provocare la morte, per malnutrizione estrema, di mezzo milione di persone nel mondo. Il numero di malnutriti è intanto di nuovo in ascesa, a causa dell’instabilità della produzione agricola legata a ondate di calore, siccità, alluvioni e piogge torrenziali fuori stagione.

 

CORRIERE.IT

Francesco Guccini: «Senza vino, sigarette e donne mi consolo con la tv. Mio padre? Mai a un mio concerto»

Il cantautore: il mio successo? In realtà ho poca autostima

di Roberta Scorranese

Un pavimento del Settecento. Pietra e legno grezzo che si rincorrono nell’ampio salone dell’ingresso. Libri. Libri sugli scaffali alle pareti, sui tavolini bassi, sulle credenze, sulle poltrone delle stanze larghe e piene di luce cupa, luce degli Appennini.

Guccini, ma in questa casa ci sono più libri che dischi.

«Ha senso: io ho smesso di fare musica, non di leggere e di scrivere. Posso fare a meno delle canzoni e della chitarra, ma non della lettura».

Pàvana, con l’accento sulla prima «a», a due passi da Porretta Terme, ormai Toscana. Il bar, l’ufficio postale, il verduraio. Francesco Guccini è tornato a vivere qui negli anni Novanta. Pàvana è la sua Macondo: inietta vita e magia nelle persone normali, nei romanzi che scrive da anni ma anche nell’aneddotica quotidiana: le scarpe di quello che vive giù al fiume, quella volta che Tizio o Caio tornarono ubriachi.

Forse Guccini ha dovuto smettere di essere Guccini per trovare questa vena di realismo magico che irrora i suoi racconti?

«Ma no, viene dai libri. Da bambino abitavamo qui, una casa più vicina al fiume. Leggevo tutto quello che trovavo in giro. Pure i fumetti che non mi piacevano. Rubavo i romanzi d’appendice alla mia prozia, schifezze».

La zia, il nonno, il prozio Enrico che ritorna in «Amerigo». In fondo le sue canzoni sono una Spoon River familiare.

«Ho sempre vissuto con parenti, genitori, amori. La zia che mi passava i romanzetti una volta, quando avevo dodici anni, mi portò a conoscere il mare: insieme al parroco di Pàvana andammo in pellegrinaggio alla Madonna della Guardia di Genova».

Un po’ come quando, di recente, è stato ad Auschwitz per la prima volta, nonostante il campo di concentramento abbia dato il titolo alla sua canzone più famosa?

«No, ad Auschwitz mi sono davvero chiesto che fine avesse fatto Dio mentre lì gasavano le persone. Un gigantesco cimitero senza croci: non si può non pensare alla composizione del concetto di giustizia. Dov’è la giustizia? Che cosa è davvero? È soltanto una parola?».

Suo padre, che venne internato in un lager nazista, non le raccontava nulla?

«No, non ha mai voluto parlarne. Però mandò due cartoline, che purtroppo ho perduto. So che era nello stesso campo di Guareschi, ma non si incontrarono mai, erano in migliaia. Sa che cosa facevano, alla sera? Si riunivano e, stremati dalla fame, evocavano il ricordo di quel pollo con le patate, di quella pasta con il sugo grasso. Poi annotavano tutto in un quaderno. Carta finissima e inchiostro annacquato, perché non ce n’era abbastanza. Lo facevano per non perdere la memoria del gusto. Per non perdere la speranza, dico io».

Il padre. Dalle sue parole sembra sia stato una figura molto importante.

«Lo è stato. Anche se non è mai venuto ad un mio concerto e anche se, in tutta la vita, mi ha fatto solo due regali: una volta mi donò il libro Senza famiglia, di una tristezza assoluta. Un’altra volta, mi diede un rasoio elettrico».

Lui non era felice del suo successo?

«No. Mamma diceva sempre che lui avrebbe preferito un figlio giornalista o un figlio storico, cambiava versione a seconda dell’umore».

E lei? È felice del successo raggiunto?

«Sì, però non ho grande autostima. Ho studiato per fare il maestro ma ho insegnato solo tre giorni, una supplenza. Mi sono messo a suonare e a cantare quasi per caso, a Bologna. Ho fatto cose, certo. Ma non ho mai avuto la pretesa di incidere sulle coscienze».

Bompiani ha appena pubblicato un libro in cui Gabriella Fenocchio fa l’esegesi dei suoi testi. Mi pare un grande omaggio.

«Persino esagerato. Però Gabriella era una raimondiana, come me. Entrambi, all’università di Bologna, siamo stati allievi interni (cioé stretti collaboratori del docente, ndr) del grande italianista Ezio Raimondi. Non mi sono mai laureato perché poi mi sono messo a suonare e a cantare. Però ricordo quelle lezioni. Una volta voleva che imparassi il tedesco in una settimana per poter studiare un autore».

Però poi le sue canzoni hanno formato una generazione, guidandone l’impegno civile. Forse perché in fondo l’ambizione c’era?

«Ma va. Ho sempre scritto canzoni per me, mica perché mi credevo un guru. Che poi, a tutti gli effetti, questo abbia prodotto un mondo nel quale si sono riconosciuti in tanti, be’, me lo lasci dire: questa è l’arte».

Giusto. L’artista crea una realtà parallela più convincente della realtà stessa.

«Sì, ecco perché quando qualche amico mi chiama e mi chiede: “scusa Francesco, ma quella donna di cui parli nella canzone X esisteva davvero?” mi spiace un poco deluderli, ma è tutto inventato. O quasi tutto».

Donne. Una moglie, una figlia, ora Raffaella, di trent’anni più giovane, con cui sta da decenni. Guccini è un uomo felice?

«Certo. Non sono mai da solo».

Non ci sa stare da solo?

«No, è curioso: sono tornato a Pàvana per isolarmi dal caos di Bologna ma qui già a fine agosto, quando le giornate cominciano ad accorciarsi, mi intristisco. Voglio la luce in un posto con la luce triste».

Che cosa la annoia?

«Ormai ci vedo così poco che quel che riesco a vedere mi dà solo gioia. Soffro, piuttosto: io ho sempre divorato decine di libri all’anno e adesso faccio i conti con una malattia degli occhi, una maculopatia bilaterale. Non posso più leggere, così Raffaella o un’altra ragazza che viene a darci una mano, mi leggono i libri».

Che cosa le stanno leggendo in questo periodo?

«Un libro su un anziano ebreo che scopre un ex aguzzino tedesco. Avere qualcuno che ti legge le cose è bello, però, vede, oggi per esempio i fumetti non li conosco: che faccio, mi faccio raccontare le figure?».

Guarda la televisione?

«Moltissimo e le dirò di più: guardo anche quei programmi dove c’è gente contraria alle mie idee politiche per il solo gusto masochista di incazzarmi. Sento dire cose assurde e comincio a sbraitare, a insultare. Però la tv mi mette davanti a cose che si muovono. Solo quello mi dà conforto: sono ancora capace di gioire davanti a persone, macchine, treni, aerei, cose che si muovono. È l’eredità di una generazione, la mia, cresciuta con il cinema».

I suoi ce la portavano?

«Macché. Mi portarono sì e no quattro volte. Una volta, alla prima comunione, io volevo vedere Buffalo Bill ma mi fecero vedere La stirpe del drago, una cosa su Mao Tse Tung o simili. Da ragazzino appena potevo scappavo al cinema, da solo o con gli amici. Vedevo Ombre rosse, ma pure i film con Nazzari, capirai».

E oggi va al cinema?

«Ma se riesco a malapena a spostarmi dal salotto al letto. Ho un mucchio di problemi alla schiena e alle gambe. Che rabbia. Uno come me che saltava i fossi giù al fiume. Vogliamo parlare del fatto che mi hanno tolto il vino, le sigarette e le donne? (ride) E lo sa che ieri sera sono andato a letto alle dieci e mezza? No, dico, a Bologna, tra sigarette e bourbon, facevamo le tre del mattino. Giocavamo a scopa o con i tarocchi ma non ci siamo giocati mai nemmeno un caffè. Donne e alcol sì, certo. Erano vizi da contadini. Io sono un contadino. Mi piace stare qui in campagna perché la cosa più importante è il meteo. Che tempo farà domani, ecco che cosa conta davvero qui».

Una natura contadina, la sua, che ha fatto della «giustizia proletaria» uno slogan. Quella giustizia, alla fine, forse oggi non ha vinto.

«Certo che non ha vinto. Oggi la politica fa leva sulle paure, vere o percepite. E guardi la propaganda: è il vero motore della politica. Però io sono tra quelli che non si meravigliano che tante regioni o province “rosse” siano diventate leghiste. La sinistra italiana è lacerata sin dal congresso di Livorno e, anche quando ha vissuto stagioni migliori, ha sempre avuto una natura autoritaria, direi intollerante. Insomma, quei comunisti che oggi sono leghisti, erano leghisti dentro, solo che non se ne accorgevano».

Che cosa le fa più paura oggi?

«La paura stessa che leggo sulle facce della gente. Siamo un paese impaurito. Stanco, stremato. Ecco, questo mi spaventa davvero».

Un rimpianto?

«Premesso che oggi sono molto felice, mi è rimasta l’amarezza di una storia finita male, in gioventù. Lei era un’americana, che poi ha fatto carriera politica negli Stati Uniti. Però alla sua famiglia, che all’epoca stava a Roma, non piacevo. Una volta, a casa sua, la madre e i fratelli inscenarono una specie di processo: “I don’t like you!”, urlavano. Per carità, non avevano tutti i torti, però quell’aggressività mi fece male. Un amore poteva finire meglio».

Un processo, un po’ come quelli che negli anni Settanta si facevano agli artisti: tutti ricordano il «processo» a De Gregori da parte dell’estrema sinistra.

«A me non l’hanno mai fatto. Ma una volta ho fatto un spettacolo assieme Dario Fo alla Palazzina Liberty, a Milano. Siccome non c’era posto per tutti, molti non riuscirono a entrare. Così si misero a urlare “fascista” a Fo. Capisce? Dare del fascista a Dario. Lo vede che la nostra percezione della politica è guasta da anni?».

Un grande amico da sempre?

«Roberto Vecchioni. Ma anche altri».

Infine, Dio è davvero morto o che cosa?

«Vive il dubbio. E nel dubbio ci sono tutte le risposte. Le verità assolute ci rovinano».

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