2 dicembre 2018 – Le leggi vanno rispettate

un interessante articolo scritto da un criminologo

 

https://www.poliziapenitenziaria.it/wp-content/uploads/2018/11/2018_11_266.pdf

Criminogenesi dell’abuso alcolico da parte dei minorenni

CRIMINOLOGIA – Roberto Thomas già Magistrato minorile docente di  criminologia minorile  presso la Sapienza  e la Lumsa  Università di Roma

16 • Polizia Penitenziaria n.266 • novembre 2018

Purtroppo l’uso (e l’abuso) di bevande alcoliche  è assai diffuso fra i minori da 11 a 17 anni, interessando circa il 25% di tale fascia di età (esattamente il 22,2% secondo il rapporto Istat del luglio 2017, che riporta i dati del 2016, rilevando anche che i consumatori giornalieri di alcolici costituiscono il 21,4% della popolazione, con un  trend discendente dal 29,5% nel 2006 e dal 22,2 del 2015 ).

La percentuale precitata dell’Istat  del 22,2%, relativa al 2016, appare, purtroppo, notevolmente aumentata nel 2017, secondo la terza indagine nazionale dell’Osservatorio permanente su giovani e alcol dell’Università di Trento del 2018 , almeno per gli studenti italiani  che hanno frequentato la terza media, posizionandosi  in una stima del 34,4% per i predetti. Viene anche  pubblicato , sempre nel precitato rapporto Istat relativo al 2016, l’inquietante dato  del binge drinking dei giovani fra i 18 e 24 anni (e cioè il consumo di sei o più bevande alcoliche in un’unica occasione, che può portare allo sballo alcolico) che viene effettuato dal 17% dei giovani (di cui due terzi maschi) durante i momenti vissuti  in gruppo, come dentro le discoteche, ovvero durante gli spettacoli sportivi e i concerti. I motivi di esso sono, al pari dell’uso delle droghe, variegati e complessi e vanno dalle incomprensioni familiari acuite dalle separazioni genitoriali  agli insuccessi scolastici e all’emulazione di una moda generazionale.

In particolare si deve sottolineare il ruolo dell’alcol come “facilitatore” al superamento di angosce e ansie depressive, soprattutto nell’uso individuale da parte dell’adolescente, proprio per il senso di allegria che provoca in una prima fase di moderato uso alcolico, precedente a quella gravissima dello sballo alcolico per il suo  eccesso smodato.  Altresì è presente, soprattutto nell’uso alcolico collettivo giovanile, l’esistenza della facilitazione all’inserimento del gruppo dei pari, quasi una specie di rito d’iniziazione sancito dal “brindisi alcolico”.

Inoltre la precitata terza indagine dell’Osservatorio permanente vi ravvisa anche come emerga che  “questi consumatori precoci siano resi potenzialmente vulnerabili  da alcuni fattori, tra cui la precoce stimolazione alla gratificazione immediata, spesso alimentata da nuove tecnologie digitali, sempre più pervasive e accessibili anche in età precoce. Spunti di riflessione che impongono di allargare l’attenzione della prevenzione dalle sostanze di consumo  come alcol e droghe ai comportamenti compulsivi di divertimento propri della generazione dei nativi digitali”.   Chiaramente bisogna distinguere fra l’uso saltuario di alcol (il cosiddetto “bicchierino che tira su”) e la dipendenza alcolica che si riflette in un desiderio costante e invasivo di bere con rilevanti conseguenze sulla normale vita fisica quotidiana dell’adolescente e  gravi conseguenze sul funzionamento della sua psiche che possono giungere a vere e proprie psicosi.

Inoltre si deve sottolineare come lo sballo alcolico, al pari di quello tossico, possa produrre una criminogenesi variegata che passa dai numerosi reati di rissa, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale a quelli, assai più gravi di lesioni personali, violenza sessuale e omicidio.

Indubbiamente si deve segnalare un precoce avvicinamento all’uso smodato dell’alcol per quei bambini che vivono in famiglie in cui almeno un genitore sia un alcolizzato (30,5% secondo il predetto report dell’Istat ), così come identicamente succede per il genitore tossicomane. In questo caso scatta un processo di imitazione suggestiva già nei primi anni di vita, a carattere di accettazione passiva (secondo la  teoria criminologica dell’apprendimento sociale dello psicologo canadese Albert Bandura), per poi passare progressivamente ad una ricerca volontaria del soggetto  all’acquisizione di sempre maggiore quantità di bevande etiliche, che configura una tipologia di alcolismo cronico primario.

Esso può essere riattivato, dopo una fase di sospensione nell’uso di alcol, per gravi frustrazioni del minore derivanti, prevalentemente, come già rilevato precedentemente, dalla mancanza affettiva (per conflitti e separazioni genitoriali) e da quella di  richiesta di una maggiore  comprensione familiare (a causa di un sistema educativo assai rigido e a carattere marcatamente punitivo)  che può condurre l’adolescente a depressioni  neurologiche anche gravi. Sussiste anche una tipologia di alcolismo cronico secondario che viene causato da sindrome psicotiche di natura psichiatrica che colpisce il soggetto, sia esso minorenne che maggiorenne.

Si deve rilevare che, attualmente, vi è un regime di assoluta tolleranza per il minore che assume sostanze alcoliche, il quale non incorre in nessuna sanzione né penale, né amministrativa, a differenza del consumatore personale di droga che è soggetto a sanzioni amministrative prefettizie. L’unica tutela indiretta che viene offerta dal nostro ordinamento all’adolescente che usa alcolici è costituita dalla previsione di una sanzione penale ai sensi dell’art. 689 cod. pen. e da quella amministrativa pecuniaria ex art. 14 ter della legge 30 marzo 2001 n. 125 (introdotto dall’art. 7 della legge 8 novembre 2012 n. 189 ) per  coloro che vendono al pubblico sostanze alcoliche a  soggetti minorenni. In particolare, l’art. 689 cod. pen. intitolato “Somministrazione di sostanze alcoliche a minori o a infermi di mente” punisce con la sanzione penale dell’arresto fino ad un anno l’esercente di un pubblico spaccio che somministra bevande alcoliche ad un minore di sedici anni o a persona che appaia “in manifeste condizioni di deficienza psichica”. Identica pena viene irrogata ai gestori di distributori automatici di bevande. Invece viene applicata la mera sanzione amministrativa pecuniaria (da 250 a 1.000 euro) ai negozi che vendono a tutti i minori, anche quelli della fascia fra i sedici e i diciotto anni,  bevande alcoliche, ai sensi del precitato art. 14 ter.   

Nel convegno nazionale dei gestori dei locali da ballo associati nel sindacato Silb, tenutosi a S. Vincent nel novembre 2017, si è evocata la necessità di una maggiore responsabilità delle famiglie –  che talora  sottovalutano la pericolosità dell’eccesso alcolico utilizzato da circa un milione di minorenni, non vigilando adeguatamente sui loro figli –  mediante l’irrogazione di una sanzione pecuniaria irrogata ai minori  colti sul fatto, estensibile ai loro genitori, mediante una specifica normativa di legge. Tale proposta è stata accolta favorevolmente dall’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità il cui direttore, Emanuele Scafato, in un intervista al quotidiano Avvenire del 15 novembre 2017, dopo aver ribadito la necessità di applicare inflessibilmente, con maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine confuse fra i numerosi frequentatori delle discoteche, la già ricordata normativa vigente, auspica  “da parte dei gestori dei locali,  di non vendere davvero l’alcol ai minori… creando degli spazi franchi dove essi possano divertirsi senza lo sballo… ottica che responsabilizza i gestori creando una buona pubblicità e un guadagno sano…” , sottolineando che: “anche i genitori devono fare la loro parte perchè sono le famiglie a dare i soldi ai propri figli e devono sapere come li spendono… vigilando sui luoghi che frequentano”.

Su siffatta proposta di una nuova normativa sanzionatoria per l’uso alcolico da parte di minori è intervenuto anche il Forum delle associazioni familiari che, per bocca del suo presidente Gigi De Palo, dopo aver negato l’esistenza di un unico capro espiatorio in testa alla famiglia, ha rilevato giustamente la responsabilità in materia di tutta la comunità educante nella sua complessa estensione, oltre ai genitori, della scuola e delle varie istituzioni sociali, che non può essere   trascurata nè minimizzata, appellandosi solo genericamente alla mancanza di sanzioni repressive rieducative  (che tra l’altro, nel caso della detenzione di droga leggera , esse, costituite dall’obbligatoria segnalazione al Prefetto, non hanno impedito un sostanziale incremento nel 2017 nel suo uso da parte dei minori, secondo la Relazione annuale al Parlamento sull’uso degli stupefacenti del 2018 )  sottolineando che: “…tutte le volte che arriviamo a invocare sanzioni per  i nostri figli, stiamo dicendo che abbiamo fallito tutti nel nostro compito educativo: in questo caso, lo fanno per primi proprio i gestori delle discoteche, che sono imprenditori certo, ma che  dovrebbero porsi come padri dei figli che vengono loro affidati.  Vengono rispettate tutte le norme a tutela dei nostri ragazzi nei locali?  C’è davvero un limite, un’attenzione?”.

La conclusione del presidente del Forum, a cui anche io aderisco convintamente, è che  bisogna evitare sterili polemiche  e unirsi tutti insieme per il bene comune dei nostri ragazzi con un progetto  educativo integrato che scandisca quotidianamente  in armonia i momenti dell’ascolto accogliente, dell’ affetto comprensivo, della memoria storica, della fiducia accordata e della responsabilità richiesta secondo la mia teorioa psico – pedagogica della comprensione affettiva, di cui ho scritto nell’articolo di questa Rivista n. 230  del luglioagosto 2015. F

 

Da facebook di Emanuele Scafato: Divertimento, pub, disco … Imprenditori, certo, ma che dovrebbero sempre porsi come padri dei figli che nei luoghi di aggregazione vanno a divertirsi e entrano in una sfera in cui l’adulto di riferimento ha qualche dovere in più e qualche norma in più da applicare …

 

UN ARTICOLO CHE FA RIFLETTERE SOPRATTUTTO PENSANDO CHE IN PARLAMENTO STANNO PREPARANDO UNA LEGGE PER L’AVVIO DELL’INSEGNAMENTO DELLA CULTURA DEL VINO A SCUOLA

 

http://tvg-news.blogspot.com/2018/12/alcol-quella-dipendenza-che-porta-al.html

Alcol : quella dipendenza che porta al buio più totale.

Pubblicato da Redazione TVGNews 

sabato 1 dicembre 2018

Di Lorena Naldi 

Serate tranquille con amici che si trasformano in un incubo.

Una corsa contro il tempo e contro un fenomeno purtroppo diffuso e che non lascia tregua.

Ragazzini di 13, 12, 17 anni trovati esanimi sull’asfalto fra bottiglie di alcol finite, grida di genitori e una vita consumata da una dipendenza, che porta quasi sempre la morte. L’alcolismo è chiamato quella forma di tossicodipendenza, che fa sempre più vittime. La tua mente inizia a gridare di volerne un altro po’, si beve sempre di più, un ultimo sorso quello fatale, che porta poi al buio.   

Sono quelle voci di sottofondo che fanno scattare il continuo abuso di alcol fra i giovani, parole come: “Se non bevi non sei nessuno” o “Chi non beve è considerato inferiore agli altri” “Se non bevi sei ignorante” sono queste le famosi frasi che riescono a far imboccare, al giovane, la strada buia dell’alcolismo , una strada senza ritorno.

Già a undici anni si beve. A qualunque ora senza limiti. Per i teenagers ubriacarsi ormai è diventata una moda, motivo di vanto.

Un sabato sera, una compagnia sbagliata; si comincia con una birra ,poi un chupito, si passa ai superalcolici nel quale ci si mette di tutto, per dare il colpo finale.

Nonostante la legge vieti di somministrare alcolici al disotto di sedici anni, le discoteche , molto frequentate da adolescenti , offrono alcolici di ogni tipo , solo per una questione di soldi. Un ricavato che costa la vita a qualcuno. È una vera emergenza.
Sono sempre di più gli episodi di abuso di alcol: Una ragazza di 17 anni in coma etilico, sul tavolo trovate due bottiglie di Vodka da 0,75 litri, sei lattine di Red Bull, altrettante bottigliette di Lemonsoda. E ancora ad Halloween in discoteca la festa finisce con tre ragazzi 20enni in fin di vita ridotti in quello stato dall’alcol, che fa altre vittime, addirittura la morte di un ragazzo di 18 anni e molte altre, sono tutti episodi drammatici che succedono quasi ogni sabato in diverse città italiane e non solo.

Non sembrano appuntamenti divertenti; si respira una grande tristezza. Sembra che ormai l’obiettivo principale sia quello di sparire di non esserci. Non c’è il gusto del bere, ma sembrerebbe un modo per socializzare, un terribile conformismo. L’alcol sembra aver sostituito i divertimenti, i desideri e gli entusiasmi di alcuni giovani, non ci sono passioni, allegrie, progetti. Cercano forza nell’alcol.
Bere fa più morti della droga. I dati che riguardano il problema alcol sono catastrofici: l’alcolismo è un problema sommerso che uccide fino a 60 volte più dell’eroina.

È soprattutto il sabato sera, al pronto soccorso si vedono barelle con sopra 13enni, 17enni in fin di vita, ormai tutto questo è una routine; arrivano genitori disperati. Genitori tante volte colpevoli di non conoscere i propri figli. Le discoteche e non solo anche il parco è un luogo dove si consumano bevande alcoliche, si beve tutti insieme, fino a vomitare.
L’aspetto inquietante è che l’alcol diviene l’inizio della dipendenza. L’obiettivo di preadolescenti sembra essere quello di stare lontano dai pensieri. Quello di perdere il controllo. Le cause che portano a bere sono molteplici(*). Le più comuni sembrano essere la fragilità, rabbia, rancore, si beve per dimenticare, per noia o si beve perché ormai si ha tutto.
L’83% ne fa uso, è un allarme disastroso da parte degli psicologi, l’allarme di un milione di giovani italiani che bevono allo scopo di ubriacarsi con più di sei drink in un’unica occasione. “Oggi l’14% degli alcoldipendenti in carico ai servizi di recupero ha meno di 18 anni, giovani che hanno avuto modo di consumare in modo rischioso l’alcol per anni senza mai essere intercettati da un medico, un famigliare, il pronto soccorso o le istituzioni” questo è quello che specifica in un’intervista Emanuele Scafato, Direttore Osservatorio Nazionale ALCOL- CNESPS.

Si fa poco per sottrarre il giovane al mondo liquido che li sommerge e ai rischi dell’alcol. Si dovrebbe fare molto di più, come ad esempio più leggi e il rispetto di esse(*). Il piacere di “farsi un bicchierino” si trasforma dunque in un destino di dipendenza, perché l’alcol riesce a prendere il controllo della mente, riesce a far sì che migliaia di giovani cedano dinanzi a questo mondo, causando purtroppo, nei maggiori dei casi, la morte per coma etilico.  

 

(*) NOTA: fra un po’, tra le cause che portano a bere ci sarà anche la legge che permette ai produttori di alcolici di entrare nelle scuole per propagandare i loro prodotti!

 

(**) NOTA: purtroppo i produttori di vino sono riusciti a convincere dei parlamentari che entrando nelle scuole per presentare il vino come arte, cultura e storia, riusciranno a responsabilizzarne il consumo. In realtà è una forma di pubblicità del vino perché insinuano nelle menti vergini dei bambini che il vino è un prodotto innocente e gioviale e non una sostanza che contiene l’alcol, un potente cancerogeno che produce dipendenza, distrugge tante famiglie ed uccide 3 milioni di persone all’anno! (vedi rassegna di ieri)

 

anche questo articolo porta ad una riflessione sui nostri giovani

 

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/lecce/1086413/droga-alcol-e-sesso-a-rischio-le-cattive-ragazze-leccesi.html

Droga, alcol e sesso a rischio: le “cattive” ragazze leccesi

Fumano marijuana, hanno già preso la pillola del giorno dopo e non rispettano gli adulti: ecco l’analisi a specchio tra le giovani di Lecce a confronto con quelle di Padova

 MONICA CARBOTTA

30 Novembre 2018

Su di giri, praticamente «sballate». Suona il campanello d’allarme per le ragazze leccesi, sempre più prese da alcol e droga e da comportamenti sessuali a rischio. Il ritratto di una generazione ancora alle prese con gli studi delle Superiori, è presto fatto: in preoccupante aumento il consumo di alcolici e di sostanze stupefacenti, soprattutto marijuana (fumano di più dei loro compagni di banco e delle coetanee del Nord Italia, venete in particolare). Non solo: il 50 per cento ha rapporti sessuali non protetti e il 16 per cento ha già preso la pillola del giorno dopo. A completare il quadro, è da dire che ben il 16 per cento delle ragazze leccesi ha un comportamento sessuale fluido e dichiara di non essere eterosessuale.

Quanto ai maschi leccesi, i ragazzi consumano significativamente più marijuana dei coetanei veneti, i quali, poi, sembra abbiano meno interesse per la sessualità.

I leccesi, infine, – e siamo ai loro comportamenti relazionali – rispetto ai coetanei padovani hanno meno considerazione degli adulti di riferimento, siano essi genitori, insegnanti o medici.

È quanto emerge da uno studio sul disagio dei giovani padovani e leccesi, condotto da una equipe di ricercatori dell’ateneo patavino. La doppia indagine statistica ha messo in evidenza differenze sostanziali e per certi versi sorprendenti tra i coetanei delle due regioni.

L’analisi è stata presentata dall’ordinario di Endocrinologia dell’università degli studi di Padova, Carlo Foresta, nella mattinata di ieri, nell’Open Space di piazza sant’Oronzo. Insieme a lui hanno considerato gli esiti dello studio anche il direttore sanitario del «Vito Fazzi» di Lecce, Rodolfo Rollo, il vicesindaco, Alessandro Delli Noci e la presidente del consiglio comunale, Paola Povero.

Lo studio analizza le differenze degli stili di vita e dei comportamenti a rischio di 1.426 giovani padovani e 891 leccesi, tra i 18 ed i 20 anni d’età. I giovani presi in esame frequentano le ultime classi dei licei che hanno aderito volontariamente all’iniziativa.

Questa ulteriore ricerca non fa che confermare gli esiti di precedenti studi portati a termine dall’ateneo salentino, che avevano già messo in evidenza le abitudini a rischio dei giovani salentini.

Gli stili di vita, come si sa, rappresentano dei fattori di rischio che incidono sostanzialmente sulla salute dell’individuo, dunque anche sul suo sistema endocrino-riproduttivo, incidendo sulla fertilità, sul funzionamento endocrino del testicolo e sulla sessualità.

Sempre secondo quanto emerso dallo studio, il 68,7 per cento dei ragazzi leccesi non parla di sesso in famiglia, contro il 62,9 per cento dei padovani. Non parlandone in famiglia molti di loro lo apprendono da internet. Come se non bastasse, il 90 per cento dei maschi ed il 43 per cento delle ragazze si collega a siti pornografici e pratica autoerotismo. Ciò, secondo gli esperti, contribuisce a spiegare anche le crescenti difficoltà erettive e l’assenza di desiderio sessuale, difficoltà che sembrano accentuate anche dagli atteggiamenti eccessivamente disinvolti delle giovani che inconsapevolmente inibiscono gli approcci maschili.

Tutto ciò sfocia spesso in patologia quando queste difficoltà si associano a sessualità multimediale continua.

Solo l’8 per cento dei maschi leccesi dichiara di non praticare mai autoerotismo. La media dell’età del primo rapporto sessuale è 14 anni, ma si inizia anche a 12.

Nonostante il ritratto dei giovani leccesi sia veramente poco rassicurante, le radici del problema sembrano risiedere altrove. I ragazzi, infatti, sembrerebbero alla deriva perché non ci sono adulti di riferimento credibili e relazionalmente affidabili.

I giovani rispondono bene alle sollecitazioni, ai richiami ma, secondo gli esperti, più che intervenire su di loro è urgente intervenire in modo efficace sulle famiglie inesistenti e sull’assenza di dialogo.

Secondo Rollo, bisogna rinnovare lo stesso modello dei consultori, ripensandone il mandato ed allargandone le competenze, con sezioni appositamente dedicate ai giovani ed alle giovani famiglie, dove è sempre più diffuso il problema dell’infertilità.

Per Paola Povero bisogna ragionare in una logica di multidisciplinarietà e i consultori dovrebbero essere collocati al centro di una rete polispecialistica.

Dalle riflessioni emerge comunque l’urgenza di intervenire sulle famiglie che sembrano essere sempre più disfunzionali e sulle giovani famiglie in particolare, per prevenire danni ai futuri adolescenti, educando alle sane relazioni, per una cultura del bene, dell’ascolto, del rispetto e dell’accoglienza.

Lo studio sarà illustrato nei due giorni di convegno che si tengono a partire da stamattina al Castello Carlo V.

Il XIII Convegno di medicina ha come tema della prima giornata «I nuovi confini dell’aging: tra fisiologia e patologia». Domani nella stessa location si parlerà invece de «La salute sessuale e riproduttiva dei giovani: significato clinico e ruolo delle reti territoriali».

 

OGNI TANTO È BENE RICORDARE ANCHE ALTRE PERICOLOSE CONSEGUENZE DEL CONSUMO DI VINO, BIRRA ED ALTRE BEVANDE ALCOLICHE

 

https://www.universomamma.it/alcol-in-gravidanza-sindrome-feto-alcolica/

Alcol in gravidanza: 25mila bambini con sindrome feto-alcolica all’anno in Italia

Di valeria bellagamba – 30 novembre 2018

L’allarme dei pediatri.

Numeri impressionanti in Italia sulle conseguenze dell’assunzione dell’alcol in gravidanza. Ogni anno nel nostro Paese nascono 25.000 bambini con sindrome Feto-alcolica, chiamata Fas (Fetal alcohol syndrome). Si tratta di una grave malattia, diretta conseguenza del consumo di alcol in gravidanza.

Alcol in gravidanza e sindrome Feto alcolica

I dati sono della Confederazione italiana pediatri – Cipe del Lazio: ogni anno in Italia nascono 25.000 bambini con sindrome Feto-alcolica, conseguenza dell’assunzione di alcol da parte delle loro madri durante la gravidanza. Nel Lazio ogni 1000 bambini nati 47 hanno la sindrome Feto-alcolica.

Nella letteratura medica moderna solo a fine degli anni Sessanta del secolo scorso sono stati riconosciuti gli effetti nocivi del consumo dell’alcol in gravidanza. La prima descrizione clinica di sintomi riconducibili ai danni pre e postnatali dell’alcol è stata pubblicata in Francia nel 1968, pochi anni dopo negli Usa. Da allora studi sempre più numerosi, condotti in tutto il mondo, hanno permesso di definire meglio la gamma dei diversi disturbi del feto correlati all’esposizione all’alcol, denominata “spettro dei disordini feto-alcolici” (Fasd), e la loro diffusione nei diversi Paesi.

La Confederazione Italiana pediatri del Lazio riporta che nel mondo si stima ci siano 70 milioni di persone che soffrono delle conseguenze dell’esposizione all’alcol mentre erano nel grembo materno.

Una meta analisi di “The Lancet Global Healt” del 2017 riferisce che nel mondo circa il 10% delle donne incinte assume alcol, una percentuale che in Italia raggiunge il 50%.

Lo studio di The Lancet ha stimato che tra le donne che consumano alcol in gravidanza nel mondo 1 madre su 67 metterà al mondo un figlio con sindrome Feto-alcolica, che si traduce in circa 119.000 nuovi casi di bambini nati con Fas ogni anno al mondo. Casi che si verificano soprattutto in Europa e in Sudafrica.

alcol in gravidanza

Il feto non riesce a metabolizzare l’alcol, che una volta assunto dalla madre attraversa la placenta, per questo la sua esposizione a questa sostanza ha conseguenze gravissime, di cui spesso le mamme non sono pienamente consapevoli. In gravidanza non si dovrebbe assumere alcol né regolarmente né in modo sporadico ma abbondante. Perché le conseguenze per i bambini possono essere devastanti, con deficit cognitivi e psicosociali che si possono presentare anche a distanza di tempo.

Le conseguenze della sindrome Feto-alcolica possono essere:

·       danni cerebrali permanenti

·       anomalie congenite,

·       limitazioni alla crescita prenatale e postnatale

·       disfunzioni alla morfologia facciale

·       deficit di funzionamento cognitivo, comportamentale, emotivo e adattivo.

Oltre alle malformazioni congenite, le deformità, le anomalie cromosomiche, i disturbi mentali e comportamentali, le persone con FAS sperimentano molte condizioni di comorbilità: problemi linguistici, uditivi, visivi, evolutivi, cognitivi, mentali e comportamentali, prevalenti dal 50 al 91% dei casi.

I problemi del neurosviluppo associati alla sindrome Feto-alcolica possono condurre negli anni ad altre disabilità secondarie, come problemi scolastici, abuso di sostanze, problemi mentali, problemi sociali, con implicazioni che durano tutta la vita. Le persone con FAS necessitano di assistenza per tutta la vita, con costi elevati per le famiglie colpite e la società.

Maria Pia Graziani, pediatra di libera scelta e responsabile del Comitato scientifico di Cipe (Confederazione italiana pediatri) del Lazio, ha commentato: “Gli allarmanti dati epidemiologici che abbiamo a disposizione ci obbligano ad un’azione tempestiva e capillare di informazione delle famiglie nonché di formazione rivolta a tutti i medici (tra cui pediatri, ginecologi, medici generici, neuropsichiatri) che hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella diagnosi precoce, oltre che per la cura. In questa direzione, stiamo lavorando a stretto contatto con il Crarl, ovvero il Centro di riferimento alcologico della Regione Lazio“.

 “È fondamentale far comprendere la rilevanza sociale delle patologie alcol-correlate, peraltro facilmente prevedibili e prevenibili –  ha aggiunto Graziani -. La Fas si può manifestare con disfunzioni di tipo morfologico, ad esempio sul volto, in forme più o meno evidenti, ma anche con deficit di attenzione e di apprendimento, iperattività, problemi comportamentali fino a malattie mentali con gravi conseguenze a lungo termine“.

Importante, dunque, è intervenire con una campagna di informazione e sensibilizzazione per le future mamme, affinché conoscano tutti i rischi dell’assumere alcol in gravidanza. Troppo spesso, infatti, si tende a sottovalutare il bere in gravidanza, pensando che un po’ di alcol non faccia nulla. Se sul fumo, infatti, c’è maggiore consapevolezza lo stesso non si può dire sull’alcol, il cui consumo in gravidanza si tende a sottovalutare. In particolare in un Paese come il nostro, grande produttore di vino.

Se intervenire in modo deciso per prevenire la sindrome Feto-alcolica è importante, altrettanto importante è non “criminalizzare” le mamme né medicalizzare eccessivamente la gravidanza, come afferma la giornalista Elisabetta Ambrosi nel suo blog sul Fatto Quotidiano.

 “…per portare avanti una gravidanza perfetta così come oggi ci viene prescritta bisognerebbe avere una vita riposata, lavorare pochissimo o farlo senza stressarsi, avere mille aiuti in casa e con eventuali altri figli. Cosa che, invece, non avviene per i muovi che sappiamo. Perché il lavoro delle donne è precario, gli aiuti pochi. Perché ci si aspetta da una donna in gravidanza che si curi come una donna in gravidanza ma sia efficiente come una donna non incinta, oppure – ancor di più – come un uomo. Le prestazioni che ci chiedono sono altissime, e sempre contrastano con i ritmi dei nostri corpi. E allora limitarsi a vietare l’alcol a donne che magari bevono un bicchiere per riprendersi dopo giornate sfinenti non aiuta. Informare va bene, informare e aiutare è molto, molto meglio“.

Che ne pensate unimamme? Conoscevate questi rischi dell’alcol in gravidanza? Come commentate invece l’intervento della giornalista?

Sull’argomento vi ricordiamo il nostro articolo: Bere alcol in gravidanza, anche poco, può influire sullo sviluppo del feto.

 

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