Considerazioni sulla localizzazione geografica delle epidemie da Covid-19.

 

Cari amici il testo che segue è la versione semplificata e in Italiano di un articolo scritto dal Professor Roberto Ronchetti insieme a Pietro Massimiliano Bianco di European Consumers, e che è in pubblicazione entro pochi giorni su una accreditata rivista medica internazionale. Poiché si tratta di argomenti di grande attualità lo pubblichiamo sperando di incontrare il vostro interesse.

L’epidemia scoppiata nel gennaio 2020 a Wuhan, in Cina, a causa della comparsa di un virus antigenicamente nuovo, il Covid-19, e del suo diffondersi successivo, è stata percepita dalla popolazione come una minaccia altamente drammatica e angosciosa.

Drammatica perché il virus si è diffuso a livello mondiale con una velocità incredibile e con epidemie estremamente numerose e a molte delle quali si è associata una elevatissima mortalità. Questi eventi sono anche angosciosi per la società civile perché dopo tre mesi di disastri sanitari, sociali ed economici, non è stato possibile alle autorità politiche e agli “Esperti”, nessuna razionale previsione circa il fatto se e quando questo flagello si attenuerà, scomparirà o se invece rimarrà latente ma presente negli anni avvenire.

Abbiamo ritenuto che qualche certezza possa derivare da un’analisi complessiva dei dati che le Autorità Internazionali, dei singoli Stati e delle località colpite, hanno messo a disposizione per descrivere il diffondersi del virus e le dimensioni dei singoli eventi epidemici.

Abbiamo trovato dati ufficiali attendibili che descrivono 248 epidemie verificatesi in ogni parte del pianeta.  Da un esame preliminare, e certo finora incompleto, dei dati abbiamo ottenuto due informazioni che riteniamo importanti.

  1. La diffusione del Covid-19:

I dati dimostrano che l’epidemia iniziata a Wuhan nella  seconda settimana di gennaio 2020 e durata circa 10 settimane è stata il punto di diffusione del virus che ha seguito percorsi  a raggiera in tutte le direzioni. La prima diffusione si è avuta verso il Nordest con le epidemie di Corea e Giappone, la seconda linea importantissima di diffusione è stata verso ovest con l’epidemia di Teheran, iniziata più di un mese dopo quella di Wuhan ma poi seguita dopo solo una settimana dalla grande epidemia della Pianura Padana e poi nell’arco di 10-15 giorni successivi in Francia, Spagna, Inghilterra, e dopo soli altri 4 giorni a New York e Washington. Parallelamente sembra che da Parigi (giorno 45° dopo Wuhan) in pochi giorni l’epidemia sia comparsa nell’arco di una settimana, ma in successione in Olanda, Belgio, Germania, Polonia e Russia.

Altre direzioni di espansione del virus si sono verificate in successione nei Paesi a sud est della Cina e nell’Asia meridionale. La sequenza di date dalla comparsa dell’epidemia in tutte queste località sembra non lasciare dubbi sul fatto che nell’arco di poco più di due mesi c’è stata una marcia epidemica di incredibile rapidità  in ogni direzione del virus comparso a Wuhan. Tutto ciò significa che l’epidemia causata da questo nuovo virus ha carattere certamente pandemico e cioè di una diffusione in ogni parte del globo in un tempo molto limitato.

2) Dopo un esame attento della gravità e della distribuzione geografica mondiale delle 248 epidemie, abbiamo ritenuto di dover suddividere le epidemie stesse in gravi (più di 1000 casi) e meno gravi (minore di 1000 casi): per semplicità in questa sede non parliamo di mortalità la quale tuttavia è fortemente associata alle epidemie con più di 1000 casi con variazioni che vanno dal 3 al 10-15% dei casi osservati.

In secondo luogo è apparso necessario suddividere le epidemie in base al fatto che esse si fossero oppure no verificate in una fascia geografica del pianeta compresa fra 30° e 45° di latitudine Nord: questa fascia è quella dove nei due-tre mesi nel corso dei quali si è diffuso il Covid-19 c’era un regime meteorologico di inverno mite (sopra la latitudine 55° Nord l’inverno è stato certamente più rigido).

In base a questi due parametri (gravità e localizzazione geografica) risulta che la stragrande maggioranza (90%) delle epidemie gravi (67 su 74) che al 30 Marzo 2020 avevano dichiarato più di 1000 casi, si sono verificate nella fascia di latitudine caratterizzata dalla stagione invernale mite. Viceversa la maggioranza delle epidemie con meno di mille casi (62%) si è verificato al di fuori della fascia invernale.

In conclusione siamo di fronte ad un virus pandemico che con grandissima prevalenza si esprime con gravità e mortalità solo in una specifica area con particolari caratteristiche meteorologiche. Si tratta quindi certamente di un virus pandemico, ma al contempo condizionato dalla stagione invernale come è tipico della categoria dei virus respiratori a cui il Covid-19 appartiene. Pertanto con questa forte limitazione della sua caratteristica pandemica, difficilmente il Covid-19 può essere paragonato al virus influenzale che del 1917-1918 causò  la “Spagnola” , epidemia che ovunque nel mondo produsse milioni di morti.

Risulta poi che la caratteristica pandemica del Covid-19 che ha provocato l’insorgere di epidemie lievi in ogni parte del mondo va considerata una caratteristica per noi favorevole perché alla fine del periodo epidemico in corso lascerà una diffusissima immunità che potrebbe in futuro proteggere moltissime popolazioni  da ricomparsa di un virus che non sarà più allora sconosciuto.

La seconda osservazione secondo cui le drammatiche epidemie, molte delle quali tuttora in corso, accompagnate da alta mortalità e che hanno richiesto misure sociali pesantissime e hanno causato danni incalcolabili all’economia, si sono verificate solo in località in cui regnava una certa stagione invernale. Ciò significa che il nuovo virus non è poi così pandemico: esso per espletare la sua attività epidemica in forma grave è fortemente influenzato da certe condizioni ambientali prevalentemente meteorologiche ma certamente da molti altri fattori.  Si può, pertanto, ottimisticamente pensare che con l’avvento, nella zona colpita, di un clima primaverile estivo, l’attività del virus cessi, come del resto avviene per tutti i virus respiratori a cui il nuovo Coronavirus appartiene.

È possibile quindi ipotizzare che alla fine delle curve epidemiche che il virus sta descrivendo nella fascia geografica 30°-45° latitudine Nord, esso cesserà di circolare come è praticamente avvenuto in Cina e Corea dl Sud dove si sono verificate le epidemie iniziali: in queste località dopo la fine dell’epidemia ci sono casi sporadici  al momento attuale, il numero dei nuovi casi è inferiore a 100 nell’enorme Cina ed inferiore a 20 nei 50 milioni di abitanti della  Corea del Sud. Questi numeri includono le persone di ritorno in queste nazioni dall’estero dove le epidemie sono fiorenti. (si veda figura).

Se anche da noi le cose andranno in questa maniera sarà possibile quindi tra qualche settimana abolire le misure di confinamento sociale senza incorrere nel pericolo di ripresa del morbo.

Alla fine di queste considerazioni è d’obbligo una riflessione.

Questa esperienza dolorosa di tutti noi, potrebbe influire sui comportamenti dell’umanità: si può infatti, rilevare che in questa circostanza in cui più di 100.000 esseri umani hanno perso la vita, autorità e popolazioni sono stati concordi nell’attuare misure e imporre comportamenti che hanno per certo limitato di molto la perdita di vite umane. È però la prima volta che l’umanità nel suo insieme, le forze politiche, la finanza internazionale e la popolazione civile hanno accettato gravi perdite economiche per salvare vite umane: tutto ciò è lodevole.

Ma di certo il Coronavirus non è l’unico né il più pericoloso agente ambientale in grado di causare un numero elevatissimo di morti che con adeguate misure potrebbero essere prevenute nel pianeta…

Andamento della curva dell’epidemia di Covid-19 nell’intera Cina aggiornata al 17 aprile .

Andamento della curva dell’epidemia di Covid-19 in Sud Corea aggiornata al 17 aprile .

A cura di :

Roberto Ronchetti – Professore Emerito di Pediatria – Università “La Sapienza” di Roma

Pietro Massimiliano Bianco – Responsabile Comitato Scientifico European Consumers

 Collaborazione di Maria Grazia Forti e Stefano Ruffini.

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