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vino, birra e alcolici
26/06/2012 - rassegna stampa su vino, birra e altri alcolici del 26 giugno 2012 ( di redazione )
COMUNICATO STAMPA
26 GIUGNO 2012 - GIORNATA MONDIALE CONTRO LA DROGA
Oggi si celebra la Giornata internazionale contro il consumo e il traffico illecito di droga, indetta dall’Assemblea Generale dell'ONU nel 1987 per ricordare l’obiettivo comune a tutti gli Stati membri di creare una comunità internazionale libera dalla droga. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) lancia campagne di sensibilizzazione sul problema della droga nel mondo rivolte soprattutto ai giovani. L’uso di sostanze stupefacenti è preoccupante perchè rappresenta una minaccia per la salute. Gli effetti negativi variano a seconda del tipo di droga consumata, delle dosi assunte e della frequenza del consumo. Condurre una vita sana richiede scelte che devono rispettare il corpo e la mente. Per fare queste scelte i giovani hanno bisogno di ispirarsi a modelli positivi e hanno bisogno di ottenere informazioni corrette riguardanti il consumo di droghe. Tra i giovani il consumo di sostanze stupefacenti è più del doppio di quello della popolazione generale, tre volte più elevato nel caso della cannabis. Bisogna fare di più per fornire ai giovani gli strumenti, le informazioni e le opportunità necessarie per vivere una vita sana ed appagante. L’UNODC incoraggia ciascuno di noi e le istituzioni ad impegnarsi e a dare il proprio contributo in questa campagna a tutela della salute; si tratta di un'occasione unica per prendere posizione contro la droga, un problema che ci riguarda tutti.
CIPA Onlus di Ortona - Lamberto Iannucci
ASAPS
Vicenza, entrò ubriaco contromano in tangenziale e uccise un 24enne. La madre si suicidò il giorno dopo: condannato a tre anni e otto mesi La pena restituisce giustizia o deve pensarci la sanzione sociale?
di Lorenzo Borselli
Forlì, 25 giugno 2012 – Quanto vale la vita di un ragazzo di 24 anni? Quanto costa, alla società, essere privata di una persona così giovane? Quale il peso del dolore per la sua privazione nei congiunti e negli amici?
Quanta frustrazione nel constatare che il prezzo imposto al responsabile della sua morte (per una volta facciamo cronaca senza ipocrisia e lasciamo stare l’aggettivo “presunto”) è sostanzialmente un non-prezzo?
Il 24enne ucciso sulla strada si chiamava Alex Di Stefano e all’alba del 2 giugno 2011 stava percorrendo la tangenziale sud di Vicenza, quando la sua Mini Cooper fu centrata dalla Polo condotta da Mirco Vendramin, 23enne di Carmignano di Brenta (Padova), che aveva imboccato l’arteria contromano che viaggiava, secondo la ricostruzione effettuata a suo tempo, a una velocità di circa 150 chilometri all’ora.
Alex morì sul colpo, mentre Vendramin e la sua ragazza furono trasportati al pronto soccorso, entrambi in prognosi riservata: secondo gli accertamenti l’autore del contromano era sotto l’effetto di alcol e di stupefacenti (anche se l’accusa di narco-ebbrezza è poi caduta in sede di giudizio), ragion per cui alla dimissione dall’ospedale, il 22 giugno successivo, trovò gli agenti della Stradale che lo arrestarono notificandogli una custodia cautelare ai domiciliari, revocata qualche giorno dopo. Il giorno dopo, il 23 giugno, la madre di Alex, Carla Tessari, 48 anni, scese in garage e si impiccò. Il 22 giugno di quest’anno, a poco più di un anno da quella notte, il Tribunale di Vicenza ha condannato Mirco Vendramin a 3 anni e 8 mesi per omicidio colposo, con rito abbreviato, potendo così beneficiare della riduzione di un terzo della pena.
La storia ricorda molto da vicino la sciagura di Campobello di Mazara (Trapani), accaduta il 15 gennaio 2011 e provocata da Fabio Gulotta, 22 anni, che in piena notte e in stato di ebbrezza alcolica attraversò a 120 orari il piccolo centro siciliano, scontrandosi con la Fiat 600 condotta da Baldassare Quinci, che viaggia con la famiglia: la moglie, Lidia Mangiaracina di 37 anni, e i due figli, Martina e Vito, 12 e 10 anni, muoiono nel giro di poche ore. Baldassare, distrutto dal dolore, riceve un avviso di garanzia per il “concorso” nell’omicidio della sua famiglia e qualche mese dopo si appende a una trave.
Gulotta, il 14 giugno scorso, è stato condannato a due anni di carcere, pena sospesa, senza fare nemmeno un giorno di prigione e senza subire sanzioni accessorie sulla patente.
Queste storie, caratterizzate dalla perdita improvvisa e violenta di vite umane, sono il prodotto di una somma di fattori trasgressivi, come l’assunzione di alcol (e droga), velocità pericolose e dispregio di leggi: fattori che suscitano repulsione, certamente, ma che non trovano adeguata corrispondenza nel sistema sanzionatorio del nostro paese.
Il senso d’impunità è così diffuso e forte che spesso l’unica vera sanzione “sentita” dalle vittime (quando sopravvivono) e dai loro familiari è quella “sociale”, per usare un termine improprio, comminata ai colpevoli grazie al tamtam mediatico di giornali, tv, social network e blog; la sua durata è spesso incerta, legata alla scomparsa o alla sospensione del ricordo individuale o collettivo.
L’ASAPS non è d’accordo con chi ha gridato assassino e mostro a Vendramin, né lo sarebbe con chi volesse farlo a chiunque.
Ma è innegabile che in Italia esista un problema giustizia che non è solo lentezza dei processi: nel gennaio 2012 il ministro Paola Severino ha presentato alla Camera una relazione che definire sconfortante è davvero dir poco: 9 milioni di cause penali e civili all’anno e insopportabile lentezza nei procedimenti. Nel 2011 lo Stato ha sborsato 84 milioni di euro per gli indennizzi delle cause lumaca e poi i troppi errori giudiziari (2.369 procedimenti sbagliati sono costati allo Stato 46 milioni di euro). Per un processo civile servono in media 2.645 giorni (7 anni e 3 mesi) per arrivare a sentenza (con conseguenze pari all’1% del PIL, secondo Bankitalia), mentre per i procedimenti penali i tempi sono stimati a 1.753 giorni (4 anni e 9 mesi). In più, ogni anno si aggiungono 2,8 milioni di nuove cause che si sommano alle altre.
Nel nostro paese c’è un crescente senso d’impunità, dovuto soprattutto all’inadeguatezza delle pene, che non riguarda solo la strada: pochi giorni fa la Squadra Mobile di Pistoia ha sgominato una banda di nomadi rom e sinti specializzata in furti in appartamento. Nelle intercettazioni telefoniche, gli agenti hanno verbalizzato molte conversazioni tra gli indagati e i loro interlocutori esteri, nelle quali i primi invitavano i secondi a raggiungerli nel nostro Paese perché – sono parole loro – “qui girano i soldi” e perché “tutti rubano”, rendendo evidente che sapevano fin troppo bene quanto sia facile farla franca, nello Stivale.
Ragioniamone: in Italia ci sono casi di soggetti arrestati decine di volte, accusati di centinaia di delitti, insomma dei veri e propri professionisti del crimine, che anche quando vengono colti in flagranza di reato e arrestati restano in carcere pochissimo e che, ad ogni puntuale rimessa in libertà, ricominciano daccapo, come se nulla fosse stato, come se la notte in guardina avesse rappresentato una specie di riposo dal lavoro.
Goico Jovanovic, alias Reni Nikolic, alias Goico Nikolc, è un noto truffatore internazionale che nonostante la sua giovane età, 28 anni, è noto agli uffici di polizia: ebbene, nonostante il suo profilo criminale (e dunque, possiamo dire, nonostante la sua pericolosità sociale) era a piede libero quando, la sera del 12 gennaio 2012, scappò all’alt di Nicolò Savarino, agente di Polizia Locale di Milano, non prima di averlo investito e ucciso.
Se la giustizia avesse tempi accettabili, persone come lui sarebbero condannate in tempi accettabili e così anche la funzione riabilitativa della pena sarebbe allineata all’effettivo periodo storico in cui la violazione penale è stata commessa. Spesso invece, quando le pene diventano esecutive, l’imputato è ormai sparito, ha commesso altri reati oppure si è riabilitato da solo.
L’importanza della pena, l’esplicitazione della sua funzione, a nostro parere, è strettamente legata alla celerità con cui questa viene comminata, al termine – ovviamente – di un processo vero, dibattuto in aula e non sui media.
Altrimenti, la frustrazione prende il sopravvento e il senso d’impunità per le inadeguatezze delle pene e delle istituzioni che dovrebbero comminarle secondo equità spinge il soggetto passivo a cercare di farsi giustizia da solo o a cercare consensi, come se l’unica giustizia percepita fosse quella riprodotta in un post e il livello di condivisione sociale fosse rappresentato dal numero “mi piace” collezionati.
Ciò rende il percorso sociale di imputati e vittime più difficile, perché se la giustizia fosse sempre in grado di giudicare rapidamente e secondo equità, anche gli altri scopi per cui la società si è da sempre dotata di leggi sarebbero più facili da conseguire.
Ma serve coerenza, dal legislatore al cittadino.
Nel mese di agosto 2011, pochi mesi dopo il contromano in cui Alex Di Stefano perse la vita, il padre Piero, marito di Carla Tessari, acquistò uno spazio a pagamento sulle pagine del Giornale di Vicenza in occasione del compleanno della moglie, formulando le proprie accuse. Vi si poteva vedere una foto raffigurante lo scenario dell’incidente e accanto all'auto dell'investitore una freccia con l'annotazione “alcol e droga (ancora vivo)”: questo perché l’esame tossicologico evidenziò che nel sangue dell’imputato, Mirco Vendramin, c’era anche cocaina ma… c’è un ma.
“Chiediamo giustizia per Alex e Carla”, si leggeva nello spazio sul giornale, in cui l’uomo faceva anche gli auguri alla moglie scomparsa. “Non vorremmo vergognarci di essere italiani”.
Ecco: con una condanna a 3 anni e 8 mesi per omicidio colposo, siamo portati a pensare che Piero Di Stefano, in questo momento, si vergogni di essere italiano, così come aveva profeticamente scritto su quella pagina.
Ad aumentare delusione e frustrazione, la circostanza che la droga nel sangue dell’investitore, innocente fino al terzo grado di giudizio (lo vogliamo ricordare, pur senza troppe ipocrisie), non basta in Italia a dire che si trovasse in stato di ebbrezza per quell’assunzione.
Il Tribunale di Vicenza ha infatti accolto la tesi del difensore di Vendramin che aveva certamente assunto cocaina, ma che nessuno poteva affermare quando – dal momento che i metaboliti inattivi della cocaina possono comunque essere presenti nelle urine per 48-72 ore dopo la sua assunzione, mentre in consumatori cronici il rinvenimento può avvenire anche a distanza di settimane.
Dunque, nel caso del processo per la morte di Alex (e in moltissimi tra quelli in cui si parli di droga), in dubio pro reo: il giudice, quando non esiste la certezza di colpevolezza, deve accettare il rischio di assolvere un colpevole piuttosto che condannare un innocente.
Non basterebbe, allora, cambiare la legge e, semplicemente, vietare l’uso di droghe per chi – ad esempio – abbia la patente di guida, magari effettuando analisi periodiche a tutti i patentati in sede di rinnovo della licenza?Perché se non cambia la legge, nessuno avrà mai giustizia e anche Alex sarà morto per nulla. Come sia madre, o come Baldassare. La lista è impressionante. È quella di un genocidio, con tanti carnefici colposi che ci ostiniamo a chiamare con nomi diversi e che nessuno, al momento, pensa a fermare.
LA REPUBBLICA
Incidenti in diminuzione. Scoppia la polemica...
Le cifre ufficiali evidenziano un calo di morti e feriti sulle nostre strade che però risultano imprecise sulla base dei dati raccolti dall'Asaps e dalle altre associazioni per la sicurezza stradale
Le cifre ufficiali relative agli incidenti stradali del 2011, divulgate da Aci e Istat hanno evidenziato una diminuzione della sinistrosità. Nel dettaglio, gli incidenti complessivi hanno avuto un decremento del 3%, i feriti del 3,5% e i decessi del 7,1%. Fin qui i dati ufficiali con la conseguente considerazione che qualcosa si starebbe (il condizionale è d'obbligo e più avanti vedremo perché), evolvendo positivamente in vista anche dall'obiettivo fissato dalla UE che prevede la riduzione del 50% (rispetto al 2010), di morti e feriti sulle strade dal 2011 al 2020.
Qualcosa però non torna e a farlo notare è l'Associazione Sostenitori Amici Polizia Stradale da sempre schierata in prima linea a favore della sicurezza sulle nostre strade.
"Di fronte a questi dati positivi, ma provvisori, poniamo però subito tre legittime domande - Affermano all'Asaps:
1) E' alta la probabilità che questo dato tondo tondo di 3.800 vittime sia poi confermato a novembre 2012 quando saranno resi noti i dati definitivi del 2011? Quando verranno pubblicati i dati rettificati del 2010 alla luce delle almeno 22 vittime non rilevate in 4 province ?
2) Ma questi dati sono da considerare veramente attendibili o sugli stessi si proietta l'ombra dell'approssimazione svelata da Stefano Guarnieri (papà di Lorenzo) quando nell'aprile scorso denunciò che i dati Istat 2010 per diverse province come Firenze, Forlì e poi anche Bergamo, erano da considerarsi assolutamente sottostimati nell'ordine del 15%? Con la sua denuncia l'ing. Guarnieri scatenò una forte reazione nei media e nel mondo delle vittime della strada, ottenendo istituzionali rassicurazioni che però vanno e andranno verificate sul campo.
3) Nel conteggio definitivo degli incidenti e delle vittime della strada del 2011 torneranno ad essere leggibili i (reali) dati della sinistrosità e mortalità legata all'abuso di alcol e droga? Quanto dovremo attendere ancora per capire quanti sono gli "omicidi stradali" alcol/narco correlati e che conto pagano con la giustizia quei conducenti?".
(m. r.)
L’ARENA
L'alcol brucia famiglie I figli, le prime vittime
IL CASO. Maurizio Gomma, dipartimento dipendenze dell'Ulss 20 Nel nostro territorio coinvolte quasi 5 mila persone
26/06/2012 - Alcolismo tra gli adulti: una emergenza che riguarda molte famiglie e ricade su tanti giovani «Tornare a casa da scuola e trovarlo già alterato era un tormento che mi faceva torcere lo stomaco e squagliare i pensieri», racconta Fulvia, che per anni ha dovuto convivere con il padre alcolista. E poi ci sono due fratelli, Donatella e Renzo, che si sono ritrovati a dover crescere per forza, imparando a gestire una pesante situazione familiare, dove dovevano essere loro a prendere le decisioni in casa, perchè i loro genitori non erano in grado di farlo. Le storie di Fulvia, Donatella e Renzo sono simili a centinaia di altre, più comuni e diffuse di quanto si possa pensare. «La maggior parte degli utenti in carico per problemi con l'alcol ha figli. L'età media di queste persone è più alta rispetto a quella degli utenti con problemi di tossicodipendenza», spiega Maurizio Gomma, responsabile del Dipartimento Dipendenze dell'Ulss 20. «Tra figli, coniuge e genitori si può stimare che nel territorio dell'Ulss 20 siano coinvolte in queste situazioni circa 4-5mila persone». I conti sono presto fatti. «Secondo l'ultimo rapporto, appena uscito, le persone alcol-dipendenti in carico al nostro Dipartimento nel 2011 sono state 1.085, gestite attraverso il servizio ambulatoriale, gruppi di auto-aiuto o entrambi», prosegue Gomma. «Inoltre, il reparto di degenza all'ospedale di Marzana ha ospitato 112 pazienti, mentre quelli inseriti in comunità terapeutiche sul territorio sono stati 60». Ma quand'è che un figlio si rende conto che il genitore ha problemi con l'alcol? «Generalmente chi si rivolge a noi ci spiega di aver sempre visto bere il padre, o la madre, fin da quando era piccolo, ma la consapevolezza della gravità della situazione si sviluppa dopo qualche tempo», prosegue Gomma. «Nella maggior parte dei casi, ciò avviene dopo episodi particolari, come un incidente con l'auto o una discussione violenta». I figli di alcolisti tendono a risentire delle mancanze da parte del genitore per tutta la loro vita: da piccoli possono sentirsi abbandonati, in seguito si trovano spesso investiti di un carico di responsabilità troppo grande per la loro età, privati dei momenti sereni che dovrebbero caratterizzare l'infanzia e l'adolescenza. «Questo può scatenare nel ragazzo un forte senso di rabbia nei confronti del genitore», spiega il responsabile della struttura di Marzana, Gian Paolo Brunetto, «o può portare all'effetto opposto, instaurando un pericoloso processo di coalizione con il genitore alcolista, e negando il problema». Anche a loro è dedicata l'attività delle due unità di Alcologia del Dipartimento Dipendenze Ulss 20, di Marzana e di Soave (SerD 3) , in particolare i servizi di consulenza e assistenza. «Quando una persona ha problemi alcolcorrelati, la questione riguarda tutta la famiglia, non è appannaggio del singolo individuo».
M.Tr.
IL CENTRO
Abruzzo, alcol facile ai minorenni/L'inchiesta
Spritz, vino e mojito a tutte le ore sulla costa
Nella regione il consumo fra i ragazzi inizia intorno agli 11 anni Secondo l’Istat l’11,2% degli abruzzesi beve almeno un bicchiere al giorno
PESCARA. Al mare il boccale di birra è il top a qualsiasi ora. Sotto l’ombrellone la “cannucciata” di vodka nel cocomero svuotato rende tutti più allegri. Le bollicine frizzanti di Prosecco o lo Spritz si sposano alla perfezione con i rustici e le pizzette dell’aperitivo. Il calice di vino che accompagna la frittura di pesce o gli spaghetti con le vongole è previsto persino dalla dieta mediterranea. E dopo cena che fai? Non te lo bevi un Mojito fresco o un Rum&Cola prima di lanciarti nella movida di Pescara Vecchia o di partire alla volta dei locali della riviera? Giusto per preparare lo stomaco per la classica gara all’ultimo “cicchetto”. La regola non scritta è una: un sorso “alla calata” e chi perde paga per tutti.
Istantanee un po’ appannate di una giornata come un’altra in riva all’Adriatico. Weekend o infrasettimanale poco importa. L’alcol scandisce i momenti salienti del giorno e della notte. Da tempo è un elemento necessario ad ogni comitiva per andare su di giri e sballarsi quanto basta. Si impara imitando i più grandi e l’età media si abbassa pericolosamente di anno in anno. Poi arriva la calda estate della riviera, si suda, la gola si secca e come rinfrescarla diventa solo questione di scelta tra le invenzioni di stagione: cocktail fruttati, secchi o pestati, gusti e retrogusti sempre nuovi e accattivanti, dolci o amarognoli dipende solo dal palato.
«Gli alcolizzati sono altri: chi ha fallito totalmente e beve per dimenticare i problemi della vita», pensa il ragazzino mentre il barman di turno agita lo shaker dietro al bancone. Il Gin-tonic che adesso sta sorseggiando per lui è solo un amplificatore di emozioni: aiuta ad accrescere le gioie dei primi batticuori e dà l’illusione di sfuggire i primissimi dispiaceri dell’adolescenza. «Il bicchiere è un amico inseparabile e un compagno di avventure», pensa mentre la musica rimbomba nelle orecchie e continua a mandare giù il suo cocktail. Non rientra nel suo “momento godereccio” l’idea di far parte di quell’11,2 per cento di abruzzesi al di sopra degli 11 anni che secondo l’Istat non rinuncia a bere ogni giorno un bicchiere di vino (52,6 per cento ) o di birra (48,1 per cento), un liquore (26,4 per cento) o un superalcolico (33 per cento). Non pensa di poter diventare uno di quei 333 coetanei che il rapporto sull’uso e abuso di alcolici etichetta freddamente come alcolizzati. Il ritornello che vanno ripetendo non cambia: «Bevono tutti, che faccio lo sfigato fuori dal coro?».
Complice la moda da seguire, anche la differenza tra chi beve durante i pasti e chi lo fa lontano dal cibo si va assottigliando. «Anche papà beve a tavola, perché mai io non dovrei farlo in discoteca?». Data per buona, la regola si adotta ovunque: sotto l’ombrellone, per strada o al chioschetto sulla spiaggia. «Ci facciamo un beach volley?». «Meglio un sabbione. Però è mezzogiorno, una birra ogni goal ci sta tutta, che ci rinfresca». E poi: «S’è fatta una certa, aperitivo cenato?». «Ma no, dai, arrosticini e vino rosso e poi si va a ballare. Ci prendiamo il tavolino con lo champagne». «Ovvio, fa figo, ma prima di entrare due cicchetti petto a petto a corso Manthoné».
Di zona in zona, prendendo le strade meno pattugliate dalla Stradale, che gli amici astemi sono ormai merce rara, si arriva sulla riviera. Qualche tappa intermedia nei vari locali all’aperto e ci si butta in pista. La giornata scorre di tazza in tazza. Fino alle luci di un nuovo giorno.
Ylenia Gifuni
LA STAMPA
Acqui Terme
Acqui, agenti anti alcol agli “under 16” Gireranno per la città in borghese
Vigili urbani durante un servizio di controllo sull'uso di alcol E anche allo studio una patente a punti per i bar
26.06.2012 - Giro di vite sulla somministrazione di alcolici ai sedicenni: a scendere in campo è l’amministrazione comunale dopo le polemiche sollevate dal Comitato per il centro storico relativamente al consumo di alcool.
«Abbiamo deciso di organizzare controlli sull’eventuale somministrazione di sostanze alcoliche a minori di 16 anni di età», spiega il sindaco Enrico Bertero che aggiunge: «Per questo motivo verranno effettuate verifiche a campione da parte degli agenti della polizia municipale in borghese nelle immediate vicinanze di pubblici esercizi». In pratica gli agenti in borghese potranno chiedere i documenti per verificare l’età di chi è intento a bere alcolici.
«La giunta sta valutando l’iniziativa. In pratica i locali dovranno rispettare scrupolosamente l’orario di chiusura concordato con gli uffici comunali. Chi non li rispetterà sarà sottoposto ad una sanzione amministrativa di 500 euro. Se il locale verrà trovato una seconda volta aperto fuori orario alla sanzione amministrativa verrà aggiunto un giorno di chiusura.
Oltre ai controlli sui sedicenni e sugli orari di chiusura dei locali la polizia municipale proseguirà le verifiche nelle ore notturne con l’utilizzo dell’etilometro
g.l.f.
UMBRIA 24
Perugia, vendono alcol dopo l’orario consentito: multe da mille euro per due locali
Vietato vendere alcol in bottiglia dopo le 20. Alla stazione stop all'alcol alle 24, in centro all'1.30 Multati due locali
L’ordinanza anti alcol vieta la somministrazione di alcolici e di alcolici in bottiglia dopo una certaora. La polizia ha beccato due locali che hanno evaso quanto prescritto e li ha multati per oltre mille euro.
Controlli La divisione polizia amministrativa ha effettuato un servizio straordinario notturno nelle aree della stazione ferroviaria di Fontivegge e nel Centro Storico per verificare il rispetto degli esercenti pubblici dell’ordinanza del Sindaco che vieta la vendita per asporto di bevande in bottiglie di vetro dopo le 20 e la somministrazione di alcool dopo le ore 24 alla stazione e dopo le ore 1.30 nel Centro Storico .
Pizzeria a Fontivegge In tutto sono state riscontrate due violazioni: nella zona della stazione è stato riscontrato che una pizzeria ha venduto a un cliente birra in bottiglia alle 21: il titolare è stato sanzionato per 1032 Euro; Bar del centro Stessa salatissima multa per un bar nella zona di Piazza Danti che ha somministrato alcool a clienti alle ore 1.45 : anche per il titolare di questo esercizio pubblico la sanzione di 1032 Euro .
METRONEWS
Movida pericolosa Alcol e droga ai minorenni
Esposto dei residenti in zona Conca del Naviglio
(Adnkronos) 26/06/2012 - Una questione di sicurezza e di ordine pubblico: sono 266 i residenti in Conca del Naviglio e vie limitrofe insorti dopo che da mesi i giardinetti “Attilio Rossi” sono “occupati”, sabato e anche venerdì sera, da minorenni che sistematicamente sporcano e distruggono per inutile vandalismo. Vetri sparsi nell’area giochi, lucchetti per impedire l’uso delle altalene, cancello divelto a ogni riparazione, arrivata comunque dopo numerosi solleciti ad Amsa, Comune, vigili. Ma non è questo il punto. Per i residenti il problema è che «i ragazzi - recita l'esposto di ieri alla polizia - utilizzano i giardini per ubriacarsi e drogarsi»; fino a 600-800 a sera privi di alcun controllo.
Giochi resi inutilizzabili
Prima firmataria dell’esposto Cecilia Fabiani che come gli altri residenti si sente prigioniera in casa: non si possono attraversare i giardini la sera, né mandare figli e nipoti «a giocare nello spazio verde attrezzato perché inutilizzabile dopo le notti brave dei ragazzini».
Comune, vigili urbani e Amsa «su insistenti e ripetute segnalazioni» spiega Fabiani, sono intervenuti ma il tutto si è risolto in parziali riparazioni e pulizia. «La maggior parte dei firmatari dell’esposto ha votato Pisapia, ma è furente: non erano i giovani e gli anziani i primi da tutelare?» Secondo Fabiani sarebbero necessarie telecamere e controlli regolari da parte delle forze dell’ordine, per «tenere sotto controllo i ragazzini e avere a cuore il loro destino esattamente come quello degli anziani e dei bambini che frequentano i giardini».
VERONAECONOMIA
LA SOLITUDINE DEI FIGLI DI ALCOLDIPENDENTI
Problemi emotivi, bassa considerazione di sé, tendenza ad attribuirsi la responsabilità di quello che accade. Sono le sensazioni che provano i figli di persone con problemi alcol-correlati. Le Unità di Alcologia del Dipartimento Dipendenze Ulss 20 di Verona offrono loro un servizio di consulenza e assistenza per affrontare e superare le criticità.
Donatella e Renzo sono due fratelli molto uniti fra loro. Con il tempo, hanno imparato a gestire una pesante situazione familiare e a prendere decisioni al posto dei genitori, quando questi ultimi non erano in grado di farlo. Fulvia, per anni, ha gridato al padre tutto il suo rancore e oggi racconta: "tornare a casa da scuola e trovarlo già alterato era un tormento che mi faceva torcere lo stomaco e squagliare i pensieri". Le storie di Donatella, Renzo e Fulvia sono solo un esempio di ciò che vivono i figli di genitori alcolisti. Un problema, quello dell'alcol, che nel territorio rientrante sotto la competenza del Dipartimento Dipendenze dell'Ulss 20 di Verona riguarda circa 1.015 persone. "La maggior parte degli utenti in carico per problemi con l'alcol ha figli - spiega il dott. Maurizio Gomma del Dipartimento Dipendenze Ulss 20 - anche perché l'età media di queste persone è anagraficamente più alta rispetto a quella degli utenti in carico per problemi di tossicodipendenza. Questo significa che, dove c'è una persona con problemi alcol correlati, quasi sempre ci sono anche dei figli che vanno aiutati e supportati".A loro e alle loro famiglie è dedicata l'attività delle due Unità di Alcologia del Dipartimento Dipendenze Ulss 20, quella di Marzana e quella di Soave (SerD 3) poiché, come sostiene il Responsabile della struttura di Marzana, dott. Gian Paolo Brunetto, "quando una persona ha problemi alcol correlati, la questione riguarda tutta la famiglia, non è appannaggio del singolo individuo. Il metodo Hudolin infatti, da noi adottato, utilizza proprio un approccio che coinvolge l'intero nucleo familiare, cercando di ristabilire i ruoli di ciascun componente per ricreare una situazione di armonia e stabilità all'interno delle mura domestiche".
I figli di genitori alcolisti, infatti, risentono fortemente delle mancanze da parte del genitore per tutto il corso della loro vita: da piccoli possono sentirsi abbandonati, in seguito si trovano spesso investiti di un carico di responsabilità troppo grande per la loro età che li costringerà magari a rinunciare ai momenti sereni che dovrebbero caratterizzare l'infanzia e l'adolescenza. "Questo può scatenare nel ragazzo un forte senso di rabbia nei confronti del genitore - spiega il dott. Brunetto - oppure, in altri casi, può portare esattamente all'effetto opposto, instaurando un pericoloso processo di coalizione con il genitore alcolista, negando il problema". L'attività delle due Unità di Alcologia del Dipartimento Dipendenze Ulss 20 si sviluppa con un percorso riabilitativo che prevede una serie di pratiche ambulatoriali svolte all'interno dei servizi e una collaborazione con i gruppi ACAT (Associazione Club Alcologici Territoriali), A.A. (Alcolisti Anonimi) e AL.ANON che coinvolgono tutti i componenti del nucleo familiare. I figli di genitori con problemi alcol correlati che partecipano ai trattamenti operano così un importante lavoro su se stessi al fine di sanare il problema dell'alcolismo del genitore, scongiurando al contempo conseguenze di tipo psicologico anche gravi che possono verificarsi col trascorrere degli anni e che, non di rado, possono portare il figlio a sviluppare, in prima persona, forme di dipendenza da sostanze o dall'alcol proprio come il genitore.
(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)
TGCOM24
"Birra gratis per un anno se assumi mio figlio", l'annuncio di un australiano su un giornale
Il disperato appello è apparso sul quotidiano di Mackay, in Australia dopo mesi di vana ricerca
La crisi è decisamente mondiale, almeno riguardo l'occupazione giovanile. A Mackay, in Queensland (Australia), un padre lancia un accorato appello sul quotidiano locale: "Birra gratis per 12 mesi. 50 cartoni in cambio di un contratto di apprendista elettricista per mio figlio di 19 anni".
L'annuncio dell'uomo è apparso sul giornale locale di Mackay lo scorso sabato. All'offerta il premuroso papà ha aggiunto una descrizione delle caratteristiche del figlio: lavoratore, affidabile e disperato, non è un tipo che si arrende.
Nicklas McVeigh, che tra due mesi compirà diciannove anni, ha rivelato che l'idea è stata del padre. Dopo aver speso mesi a inviare curriculum in tutto il Queensland senza successo, il ragazzo era abbastanza demotivato.
Dalla Danimarca Nicklas si è trasferito in Australia, dove il padre ha passato l'intera vita, nella speranza di trovare lavoro. Dopo cinque mesi di ricerca, nulla di fatto, è ancora disoccupato.
"A mio padre è venuta l'idea perchè l'ha trovata un'offerta legittima - ha detto il ragazzo - se sono abbastanza bravo e onesto e otterrò un contratto di apprendistato allora sì, lui pagherà un cartone di birra a settimana". Il prezzo totale dell'iniziativa si aggira sui 1.700 dollari ed equivarrebbe a una sorta di investimento: la birra piace a tutti e la riceverrebbero gratis dando un'opportunità al giovane di dimostrare le sue capacità.
Fino a oggi, però, Nicklas non ha ancora ricevuto una proposta interessante a seguito della sua offerta. Neanche il simpatico annuncio sembra riuscire a smuovere qualcosa.
IL RESTO DEL CARLINO (Bologna)
La birra fuori orario? Al distributore automatico
IL RESTO DERL CARLINO (Ancona)
Ubriaco investe due anziani e fugge, arrestato
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