Quello che è successo in pratica. In teoria, quello che non è stato capito.
Sperando che la Regione Lazio, e non solo, voglia tecnologie eco-sostenibili.
di Eugenio Odorifero
Chi scrive questo articolo aveva l'incarico durante il convegno di fare le riprese laterali con la telecamera. Non tengo a fare la lista degli interventi dei singoli relatori perché, a chi interessa, al momento in cui scrivo è in preparazione il DVD degli atti. Di conseguenza è più sensato parlare di cosa c'è stato di particolare, piuttosto che di tutto quanto.
Posso dire comunque che il calendario è stato un notevole insieme di free energy - nella sua accezione più ampia che include pure tecnologie sostenibili, risparmio energetico e il rinnovabile più innovativo. A tutto ciò si sono uniti attivisti e professori che spiegavano i pericoli del nucleare.
Una nota prima di iniziare: l'organizzazione di European Consumers è stata infaticabile, dinamica, quasi pressante nell'organizzare questo evento. Ringraziateli, se vi capita: se lo meritano completamente.
Castorina, quando il pollice verde conviene davvero

Mentre installavo la telecamera in sala, Benito Castorina è stato il primo dei conferenzieri ad arrivare. Mi ha mostrato del pellet, il combustibile tipico delle stufe recenti. Ma non era pellet qualunque, quello proveniente dalla segatura: era vetiver semplicemente essiccato e fatto a tocchetti – ed era già pellet!
E quindi, veniamo al Vetiver. Nonostante il nome, insolito per una pianta, il Vetiver appartiene ad uno di quei doni di natura che meriterebbero più voce in capitolo negli affari umano/ambientali. Non è una pianta medicinale o commestibile, però è perfetto per un utilizzo energetico o di recupero ambientale. Intanto, è ad alta efficienza e necessita di pochissima acqua; in più è adatto ad ambienti desertificati o per recuperare terreni inquinati. Poi ci si può fare il pellet ed ottenere pure un alto potere energetico. Ha un alto rendimento sia per i biocombustibili e sia per il biogas. Se biomasse attualmente rendono poco, forse è perché non hanno fatto i conti con il Vetiver.
La combustione e...

La ricerca di Paolo Sassetti ha unito due cose che non c'entrano apparentemente nulla l'una con l'altra: la combustione della benzina e il magnetismo. Anche se siamo un po' lontani dal mondo della free energy, c'è qualcosa di poco convenzionale in questa relazione e almeno questo è degno di nota. Nelle prime sperimentazioni Sassetti aveva notato che magnetizzare la benzina prima di mandarla in camera di combustione produceva una sensibile diminuzione di particolato. Detta senza giri di parole: inquina meno. Tuttavia si aspettava anche meno consumi, ma la cosa a livello automobilistico non si è rivelata vera. L'interesse andò sul campo navale perché, non molti lo sanno, le navi sono i tra i veicoli più inquinanti che esistono. Non a caso, tra le tre città più inquinate d'Italia due sono città portuali: Napoli e Ancona (l'altra è Torino e non rientra nel nostro discorso). Ulteriori ricerche allora sono state fatte sui motori delle navi e là ha trovato, oltre la diminuzione del particolato,
anche la diminuzione del 5% dei consumi del carburante. Sembra poco, ma pensate che fare il pieno ad una nave è decisamente diverso che fare il pieno ad una macchina – e chi gestisce le navi lo sa bene...
Finalmente una Cella di Joe che funziona?

Pare di si. Ma intanto è meglio sapere cos'è la cella di Joe, altrimenti non si va da nessuna parte.
Intanto, chi è Joe: è un inventore che ha scelto l'anonimato fin dall'inizio della divulgazione (anni '80) della sua scoperta per evitare rappresaglie dei soliti noti. Quindi sappiamo di lui solo il suo nome e, visto le critiche che si è attirato e quello che rischiava potenzialmente all'epoca, non possiamo dargli torto.
Sappiamo, invece, un po' di più sulla cella che ha inventato. Non tutto purtroppo, perché il suo funzionamento è stato sempre abbastanza misterioso. Si parla di energia orgonica, la stessa energia vitale scoperta da Reich. Ma se si confronta una cella di Joe e un accumulatore orgonico di Reich, la differenza è notevole. Inoltre nell'applicazione non si somigliano nemmeno un po', e la cosa finisce per disorientare. Aggiungiamo, a questo, il fatto che ben pochi accettano a prescindere la nozione di energia orgonica.
Un po' di luce l'ha fatta Luigi Spreafico che è riuscito a svelare, durante il suo intervento, diversi aspetti della cella che diversamente sarebbero rimasti arcani.
Ma intanto facciamo luce sulle cose più elementari. Intanto a che cosa serve: per sviluppare un energia tale da essere convogliata alla camera di combustione di un motore generando forza motrice senza aiuto di combustibili. Poi come è composta: da una cella di acciaio che contiene una serie di tubi, uno interno all'altro, di diametro decrescente. Questa poi viene riempita di acqua, dopodiché la cella subisce un trattamento per essere attivata. E non basta che sia acqua: deve essere acqua pura e incontaminata, di fonte se è possibile – quella del rubinetto è del tutto inutile. L'attivazione avviene attraverso impulsi elettrici per diverso tempo. L'acqua passa per tre fasi: sviluppo d'idrogeno, sviluppo di Gas di Brown... e poi energia orgonica. E questa fase è la più importante e al tempo stesso la più misteriosa, perché da lì inizia a diventare una cella orgonica e a innescare una reazione sconosciuta ai più. Al momento Spreafico si trova tra la fine di questa fase sperimentale e l'inizio
dell'applicazione sulle automobili. L'applicazione sulle automobili costituiscono un'ulteriore punto interrogativo. Motori senza centralina elettronica, raffreddamento ad acqua, (quindi parliamo di motori più vecchi di 15 anni) modifiche sul motore stesso... c'è qualche meccanico?
Tutti col pieno d'acqua? Si, ma ancora con la benzina
Antonio De Marco, da quando ho filmato la sua dimostrazione ad Anzio nel 2008, è stato – in senso informativo – la mia spina nel fianco. Perché nulla, e ripeto nulla, di quanto ho esposto, filmato e discusso dentro e fuori dell'A.S.S.E. ha avuto maggior interesse, richieste di spiegazioni e approfondimenti. E io avevo le informazioni che avevo riportato, la sua posta elettronica, i filmati (1) qualche foto e nient'altro. E in effetti, visto che si trattava di una realtà imprenditoriale che non si riusciva a far partire come si deve, non c'era davvero molto altro.
L'intervento al convegno mostra, finalmente, un progresso in questo senso.

De Marco sta avviando una catena produttiva effettiva a misura del cliente che richieda la sua tecnologia.
Intanto chiariamo in che cosa consiste: le auto vanno a benzina perché questa esplode nel motore a scoppio. L'acqua non ci può andare perché non esplode, altrimenti il problema era già risolto. Quindi De Marco, con le sue modifiche, fa entrare in camera di combustione la benzina che, accesa dalla candela, spinge il pistone. Però in questa fase entra anche l'acqua che, con l'esplosione della benzina, si vaporizza. Il vapore, la cui pressione non è trascurabile, spinge il pistone ulteriormente. Da qui una serie di vantaggi: meno consumi, meno inquinamento, meno incrostazioni grazie al vapore, maggiore potenza del motore.
Tuttavia, detto per inciso, De Marco non vende auto: il suo commercio sarà quello di modificare le auto già esistenti con questo principio. Costo, 600 euro circa. Non occorre comprare una nuova auto, basta la propria con la modifica del suo kit per provare il brio di fare meno pieni di benzina e un insolito pieno d'acqua. De Marco stesso ha tutta la sana intenzione di avviare una campagna pubblicitaria degna di questo nome.
Quindi, come si suol dire, rimanete sintonizzati.
La bobina di Tesla... no anzi, di Oudin.
Dovete sapere una cosa: Emiro Medda quando non si dedica alle sperimentazioni, ha una passione molto particolare, quella di passare tempo nelle biblioteche pubbliche italiane e spesso anche estere alla ricerca di conoscenze perdute. Un lavoro di ricerca, opposto e complementare, a chi da tempo sperimenta e vuole far riemergere conoscenze soppresse o dimenticate. E allora sovente riscopre riviste di cui si è persa memoria, articoli di epoca sabauda, brevetti scritti con la penna d'oca la cui stessa carta è ormai ingiallita dal tempo...

Poi, però, a differenza di un topo da biblioteca, si rimbocca le maniche e giù a smanettare con valvole, componenti fuori commercio, bobine di Tesla. Ma, a proposito, sono bobine di Tesla, o di Oudin? La risposta l'ha data Emiro nei suoi 9 minuti d'intervento - il più breve della conferenza – in cui spiega che il generatore di Oudin viene scambiato molto spesso con il generatore di Tesla, argomento trito e ritrito e che gli elettrotecnici hanno studiato e ristudiato... Mentre Tesla usava i sui generatori prevalentemente per scopi di trasmissione, Oudin usava i sui generatori per scopi elettromedicali, basandosi sul fatto che con correnti sopra i 10 KHz non c'erano reazioni da parte dell'organismo. Tuttavia, per essere alimentato aveva bisogno di alte tensioni e si serviva a sua volta del generatore di Tesla (quello vero). Poi gli elettrotecnici successivi hanno un po' unito gli approcci di entrambi, arrivando al ben noto generatore di fulmini, che però non è quello originale.
Nella foto, esposto a sinistra e messo per orizzontale, si può vedere il vero generatore di Tesla. Invece, l'apparato compreso dall'avvolgimento grosso e verticale è appunto il generatore di Oudin.
Mauro Seria e il suo passato col Gas di Brown
Una cosa bisogna ammetterla: Seria, nelle sue conferenze, non è molto fortunato. Ogni volta subisce le peggiori critiche, quando gli altri conferenzieri possono dire cose anche meno credibili senza che nessuno fiati. Un particolare però non lo ha specificato nella sua presentazione: se trattava il Gas di Brown come un mezzo per la free energy o no – e questo malinteso ha portato ad una discussione accesa (e peraltro la risposta è che al momento non ci sono evidenze).

Quello che è certo, e che forse poteva dire in maniera netta, è che il Gas di Brown di sicuro è molto più comodo e conveniente dell'idrogeno. Intanto ha in comune proprio con l'idrogeno che è ricavato dall'elettrolisi dell'acqua. Però viene prodotto insieme all'ossigeno senza separazione dei due gas né in fase di elettrolisi né tanto meno in fase di uscita e ha delle caratteristiche che lo rendono effettivamente anomalo, ma anche comodo come mezzo per alcune lavorazioni. Anche se l'anomalia maggiore è ancora un mistero: perché Yull Brown stesso dichiara che la composizione è HHO, quando qualunque chimico mai direbbe una cosa simile? Seria ha illustrato le tre teorie maggiori. La prima è che siano idrogeno e ossigeno entrambi in forma monoatomica (ma Seria stesso ci crede poco), la seconda è l'esistenza di un legame chimico che sia diverso da quello elettrico, e che ha definito “magnetico”, rifacendosi al lavoro dello scienziato R.M.Santilli. La terza, infine,
che è acqua che ha saltato un'orbitale e che di conseguenza acquista 2 elettroni, diventa gassosa, cambia angolo – e di conseguenza quando brucia non fa altro che tornare nella sua naturale forma ed emette elettroni sulla superficie. Sarà pure fantasiosa, ma spiegherebbe per esempio come si comporti diversamente a seconda dei materiali.
Lost in translation
Datemi una leva e vi solleverò il mondo.
Aggiungetemi un pendolo e lo farò senza fatica.
Così si potrebbe riassumere l'intuizione, così geniale da essere semplice, di un pendolo collegato ad una leva di primo genere. Chi ha studiato fisica meccanica, sicuramente ha studiato pendolo e leva tra le prime cose. Senza collegarle, però.
“E' piuttosto strano che, nel ventunesimo secolo, ci possa essere qualcosa di nuovo sotto l'aspetto meccanico.” Così esordisce Alen Panjkovic, inviato da Veljko Milkovic, il reale inventore, per la conferenza italiana. Non poteva iniziare in un modo più emblematico. Siamo alla fisica quantistica e alla teoria delle superstringhe e nessuno si è chiesto quanto avrebbe reso collegare un pendolo ad una leva.
A quanto sembra, rende molto, più di quanto si pensi. Il moto del pendolo, con una oscillazione con un ampio angolo iniziale produce anche una forza verticale. Tale forza, ripetuta grazie alle oscillazioni del moto armonico, agisce sulla leva che quindi, per un numero di oscillazioni utili, ripete il sollevamento finché l'oscillazione stessa non si smorza o viene riamplificata con una semplice spinta. Abbiamo allora due vantaggi:
1 - Per sollevare la leva non occorre spingere il braccio della potenza per verticale, ma mantenere il moto armonico del pendolo – cosa energeticamente meno dispendiosa.
2 - La leva ripete il lavoro di sollevarsi, non una, ma tante volte quante sono le oscillazioni utili.
Alen doveva avere un traduttore serbo che all'ultimo si è volatilizzato. Ha dovuto esporre in inglese con un volontario che lo conosceva e che ha tradotto il suo discorso, facendo del suo meglio per portare al pubblico italiano questi saperi (grazie Sirio! ndE).
Il problema è che il 90%, se non di più, del pubblico neanche sapeva chi era Milkovic e cosa fosse il suo pendolo e non ha capito quale cosa importante aveva da trasmettere – qualcuno si è pure annoiato. Un fisico si sarebbe accorto di qualcosa di insolito – cosa che in effetti è successa. Purtroppo però, non tutti erano fisici e aver portato un modellino, si e no, di un chilo, agli occhi di chi si aspettava “l'effetto speciale”, ha fatto passare l'invenzione per un giocattolino o poco più. Detto per inciso, il modellino dimostrava tutto in piccolo, ma essendo appunto piccolo, è stato creduto un fatto minimo generando, di grande, molta incomprensione.
La conferenza comunque finisce con la presentazione della nuova invenzione di Milkovic, la casa autoriscaldante.
Veljko sarà pure un genio, ma il dubbio rimane: se fossimo noi, incapaci di mettere insieme un pendolo e una leva per lavorare con meno sforzo, e nemmeno riconoscere chi ci è riuscito, quelli a cui sfugge qualcosa?
Franco Proietti Motor(e)
Quando si parla di “free energy” nel senso stretto del termine, è inevitabile la nozione di overunity, ossia di ottenere un rendimento che, rispetto alla potenza erogata, sia superiore al 100%. Non è un'impresa da poco, visto che la comunità scientifica, invece di aprirsi, ha come sport preferito prendere in giro chi fa queste ricerche. Però qualcuno ci prova, e dice pure di esserci riuscito.

Mi soffermerò a John Bedini che, pare, sia nella categoria dei motori magnetici quello storicamente più noto e replicato. E non è una scelta causale, visto che il suo motore, nella versione a finestra, è quello che architettonicamente somiglia di più a quello che ha presentato Proietti.
Franco Proietti, spiegando tutto con la sua irriverente parlata romana, tanto da far sentire l'esterofila allocuzione “Motor” quasi impropria, in effetti non nega la parentela col motore di Bedini. Tuttavia non manca l'elemento innovativo della sua costruzione che è la disposizione dei magneti al quale hanno contribuito ricercatori noti in rete con gli pseudonimi di NonSoloBolleDiAcqua, Proxi e Jecko. Di solito infatti, quando si costruisce un rotore di questo tipo, la disposizione dei poli magnetici lungo la circonferenza è tutto “+” o è tutto “-”. Alcuni ricercatori trovano in certi casi maggiormente vantaggiosa una disposizione “+-+-+-+-” e così via. Proietti, invece, ha ordinato i magneti lungo la circonferenza suddividendo la stessa in due parti uguali: in una parte mette “+” e nell'altra “-”. Quindi, nella sua configurazione con 8 magneti, la polarizzazione viene “++++----”. Con risultati molto interessanti. Il rendimento in effetti è già buono,
e dal momento che la circuiteria di controllo è alquanto rozza, anche con un trigger che non sia ottimale, può già dare buoni risultati.
Elettrizzanti dimostrazioni senza fili.
Per chi conosceva la vita di Nikola Tesla, i primi quaranta minuti di conferenza di Marco Pizzuti e del suo staff hanno sfondato una porta aperta. Ma quando in effetti ha chiesto al pubblico quanti conoscevano l'ingegnere serbo, il risultato non è stato banale. La metà sapeva chi ha portato la corrente alternata, implementato la prima centrale idroelettrica, scoperto la trasmissione delle onde prima di Marconi, inventato contachilometri, il tubo catodico (antenato della televisione), la luce al neon e pure il tester, tanto per fare degli esempi. Per l'altra metà, però, era un perfetto sconosciuto, e forse dedicare un po' di tempo a spazzare via un po' d'(involontaria) ignoranza non è stata un'idea malvagia.

Chiaramente il loro intervento non si è fermato alle chiacchiere e il suo gruppo ha fatto un esperimento di trasmissione dell'energia.
Con due bobine di Tesla (oppure di Oudin? Fate voi...) milioni di Volt hanno attraversato l'aria e accesa una lampada al neon. Chi aveva pacemaker, o semplicemente una telecamera, era caldamente invitato, per il suo bene, a tenersi dietro la prima fila. Il campo elettrico si divide col quadrato della distanza e diverse persone hanno preferito indietreggiare anche di più.
Un fatto percettivo che nessuna ripresa potrà rivelarvi: la trasmissione dell'energia cambia qualcosa. La trasmissione dell'energia, salvo per le lampade al neon e per poco altro a questi livelli, non si vede, ma si sente, si percepisce. Lo spazio intorno a sé assume un qualcosa di diverso e un fastidiosamente alterato. E se è rimasto un esperimento, per quanto affascinante, forse un motivo c'è pure stato.
Conclusioni? Dipende...
Per quanto riguarda il convegno, è andato benissimo, tranne per un paio di aspetti, ma sono fatti che riguardano gli organizzatori. Il pubblico, invece, si è stupito, ha trovato risposte, forse qualche delusione, ha apprezzato e talvolta polemizzato. A me, pur certo di non essere comunque il solo, ha seccato che un evento che doveva durare 10 ore, durata già così considerevole e al netto dell'intervallo per mangiare, sia durato più di 12 ore, finendo alle 22 inoltrate. Un po' troppo, anche per chi ha desiderio di scoprire.
Per quanto riguarda i ricercatori, come cantava De Gregori, “alla fine di un viaggio, c'è sempre un viaggio da ricominciare”. Ma non mi riferisco al viaggio, quello banale, fatto di asfalto o rotaie, anche se è quello che abbiamo affrontato tutti per arrivare là o per andar via. Parlo del viaggio verso il perfezionamento delle proprie ricerche e dell'affinamento del proprio lavoro. Una viaggio il cui treno, questo si, non si sa a quale destinazione porti davvero. Ma, infondo, il bello è anche questo.
Contatti
Autore dell'articolo:
Eugenio Odorifero betaversion@inwind.it
Ufficio Stampa Convegno:
Guido Petrangeli - Raffaella Rosa
press.euconsumers@gmail.com
Note dell'articolo
(1)
www.youtube.com/watch?v=4UGrf-TbAWU
(2)
www.youtube.com/watch?v=9vam90Uzl-c e
www.youtube.com/watch?v=w7oeA3MYMoE