Workshop alla TWAS per 37 scienziati dai Paesi in via di sviluppo: l’obiettivo è portare la voce delle regioni vulnerabili nei tavoli decisionali globali.
TRIESTE, 5 maggio 2026 – 37 climatologi, 27 paesi del Sud globale, 11 dottorandi, sono i numeri mossi dalla TWAS[1], Accademia mondiale delle scienze per il progresso scientifico nei paesi del Sud del mondo in occasione di un Workshop di tre giorni (5-7 maggio 2026) a Trieste.
Fondata nel 1983 a Trieste con il sostegno di UNESCO, l’Accademia sostiene scienziati attraverso borse di studio, premi e programmi di ricerca con l’obiettivo di rafforzare la leadership scientifica dei paesi maggiormente esposti ai cambiamenti climatici in modo che portino le loro istanze nei consessi internazionali in cui vengono decise le politiche globali.
L’iniziativa nasce dalla sinergia con il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), il massimo organismo scientifico mondiale per il clima. Per la prima volta, ricercatori nelle prime fasi della carriera avranno l’opportunità di confrontarsi direttamente con 8 leader del settore e scienziati affiliati all’IPCC, acquisendo competenze pratiche sui processi di valutazione climatica.
Tra gli esperti IPCC figurano il meteorologo ed esperto di clima e cambiamenti climatici, dott. Ladislaus B. Chang’a, eletto Vicepresidente dell’IPCC nel luglio 2023; Lučka Kajfež Bogataj, climatologa slovena, specialista in meteorologia agricola, professoressa presso l’Università di Lubiana, che ha fatto parte del gruppo dell’IPCC insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2007; Youba Sokona, esperto del Mali nei settori dell’energia e dello sviluppo sostenibile, in particolare in Africa.
Il workshop risponde all’esigenza critica di colmare il divario tra scienza e politica e aumentare la presenza di esperti delle regioni vulnerabili all’interno delle valutazioni globali. Se il compito dell’IPCC è fornire basi scientifiche ai governi, la missione della TWAS è promuovere l’eccellenza dove le risorse sono scarse.
Le sessioni, ospitate presso il campus dell’ICTP (Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam”), si concentrano sulle strategie di adattamento per contesti a risorse limitate, sui processi IPCC, in particolare sulle modalità di redazione dei rapporti mondiali e sul dialogo politico offrendo strumenti per comunicare l’evidenza scientifica ai decisori istituzionali.
“La nostra visione è costruire una comunità scientifica forte e interconnessa nel Sud globale che svolga un ruolo attivo nell’IPCC”, ha dichiarato la Presidente della TWAS, Quarraisha Abdool Karim. “Questo workshop darà ai partecipanti una comprensione chiara di cosa significhi, in pratica, contribuire al lavoro dell’organismo mondiale sul clima”.
Tra i partecipanti anche 11 dottorandi sostenuti dal programma di borse di studio TWAS–Sida, finanziato dall’Agenzia svedese per la cooperazione internazionale allo sviluppo. Il progetto mira a formare una nuova generazione di “ambasciatori del clima” capaci di far sentire la voce delle proprie comunità sulla scena globale.
Il workshop è realizzato grazie al sostegno della David and Lucile Packard Foundation[2].
L’iniziativa arriva in un momento storico particolare per le politiche ambientali. Nel corso della COP30, la trentesima Conferenza delle Parti tenuta a Belém in Brasile alla fine del 2025, è stato realizzato un accordo finale noto come Decisione Mutirão, una parola indigena che indica lo sforzo collettivo di una comunità per risolvere un problema che nessuno può risolvere da solo.
Ma la COP30 si svolge nel paese che ha visto nascere le politiche mondiali per l’ambiente e lo sviluppo, il Brasile, ma in un clima di polemiche e diatribe che hanno impedito il raggiungimento di un consenso in tema di combustibili fossili e deforestazione. Accuse reciproche, mozioni procedurali e dibattiti sulle modalità di negoziazione, diffidenza verso posizioni valide per tutti hanno posto maggiore enfasi sulla necessità di conservare una sovranità nazionale e rallentato il percorso decisionale comune. Il resoconto finale[3] redatto da ENB, Earth Negotiations Bulletin, ha raccontato di un clima di agitazione generale che ha comunque portato alla decisione “Mutirão”, appunto, in cui non ci sono disposizioni relative alla graduale eliminazione dei combustibili fossili né alla deforestazione e riforestazione.
Piuttosto decisa a tal riguardo, la posizione della Colombia, la quale ha invitato a non ignorare la scienza e rimanere sul punto per cui i combustibili fossili sono il principale fattore climalterante. Critiche anche sugli indicatori inclusi nel testo finale della Decisione dell’Obiettivo Globale di Adattamento (GGA) che cancellerebbe di netto ‘due anni di lavoro tecnico svolto con il contributo di esperti’.
I lavori dovrebbero proseguire in occasione della riunione degli Organi sussidiari prevista per giugno 2026 e in vista della prossima COP31 che sarà ospitata da Antalya in Turchia ma lasciando la presidenza dei negoziati all’Australia[4], una decisione che esce dall’ordinario e mostra la dialettica e la volontà di protagonismo di aree del mondo particolarmente a rischio.
In quanto associazione dedicata ai consumatori e alle politiche ambientali notiamo un indietreggiamento rispetto agli sforzi che avevano animato i primi anni delle politiche internazionali per l’ambiente e lo sviluppo.
La nascita dei primi future sul meteo nel 1999[5] hanno progressivamente ribaltato i principi del Protocollo di Kyoto entrato in vigore nel 2005 dopo un lungo e travagliato braccio di ferro che sembrò mandare a carte quarantotto gli accordi. Si arrivò ad un compromesso in cui si obbligavano gli Stati a ridurre le emissioni di CO2 ma si crearono anche le prime regole per il mercato delle emissioni (Emission Trading) e per particolari forme di cooperazione sia tra paesi sviluppati (Joint Implementation) che con paesi in via di sviluppo (Clean Development Mechanism). Decisiva la Conferenza di Marrakesh che trasforma il Protocollo in uno strumento di politica economica internazionale attraverso questi ‘meccanismi flessibili’ che consentono di comprare e vendere ‘pacchetti’ di CO2, che legano il concetto dello sviluppo a quello della capacità di inquinare di più, che trasformano il suolo, compreso quello forestale in ‘sink’ ovvero serbatoi di stoccaggio della CO2.
Oggi siamo ad un ulteriore momento critico degli accordi sul clima. Le guerre in corso dimostrano sempre più come la questione in campo, più che i diritti umani, siano i rapporti di forza nel consumo, produzione e gestione dei combustibili fossili.
Serve una nuova spinta in merito ad alternative realmente ‘sostenibili’ e percorribili ma anche maggiore consapevolezza da parte dell’opinione pubblica, oggi divisa in un insostenibile dibattito tra negazionisti e affermazionisti, tra catastrofisti e relativisti.
Come sapevano anche i nostri avi, la verità sta nel mezzo e ha bisogno di cure.
Chiara Madaro, 6 maggio 2026
[2] https://www.packard.org/?cn-reloaded=1
[3] https://enb.iisd.org/belem-un-climate-change-conference-cop30-summary
[4] https://sdg.iisd.org/news/challenging-cop-30-talks-elude-consensus-on-fossil-fuels-deforestation/
[5] https://www.academia.edu/44989325/Il_complesso_militare_industriale_e_la_finanziarizzazione_degli_eventi_meteorologici


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