Diritto ad inquinare e creazione di fondi finanziari ‘green’: una storia

Lo sapevano anche i bolscevichi: la rivoluzione va guidata da una élite rivoluzionaria[1].

È quanto accade attraverso la retorica della ‘constructive revolution’ della Fondazione Rockefeller anche alle politiche ‘green’, avviate e sostenute fin dall’inizio da importanti personaggi appartenenti alla sfera del mecenatismo e della finanza globale[2].

La famiglia Rockefeller, tra tutti, vanta dei possedimenti sul Lago di Como, in Italia, dal 1959. È qui che il Bellagio Center[3] ospita accademici, artisti, politici, intellettuali con lo scopo di influenzare il mondo e orientare le coscienze. Tutti gli ospiti della Fondazione hanno occasione di sviluppare qui le loro idee e concretizzarle ricevendo ogni sostegno utile a diventare tra i più influenti personaggi nel campo delle scienze, della politica, dell’arte.

Il mecenatismo della Rockefeller Foundation accoglie personaggi molto diversi per formazione e provenienza geografica e stringe importanti alleanze. Tra questi Martin Leibowitz, vice presidente di Morgan Stanley e qui advisor finanziario[4].

Sono le mura della dimora di Bellagio a dare origine a iniziative orientate alla Green Revolution e al vaccino contro l’AIDS.

Ed è proprio tra queste colline che nel 1987 ebbero luogo due influenti workshop sui gas ad effetto serra, partecipati da un gruppo selezionato di personaggi che si innestano storicamente nel percorso di comprensione e azione politico-finanziaria sul tema dei cambiamenti climatici di origine antropica iniziato nel decennio precedente con il rapporto Meadows sui limiti dello sviluppo.

Il Rapporto Meadows e i limiti dello sviluppo.

I primissimi passi che conducono al protocollo di Kyoto furono avviati nel 1972 quando le Nazioni Unite si riunirono a Stoccolma in occasione della prima Conferenza Mondiale sull’Ambiente con la partecipazione di 100 paesi e 400 delegazioni di organizzazioni governative e non governative.

Al termine della Conferenza fu definita una Dichiarazione ed un Piano d’Azione frutto di un sostanziale pessimismo rispetto al futuro del Pianeta.

Alla Conferenza venne presentato infatti un documento conosciuto come Rapporto Meadows e intitolato eloquentemente ‘I limiti dello sviluppo’. Questo rapporto fu elaborato dagli scienziati del MIT e determinava che il sistema mondiale fosse rappresentato da cinque elementi tra loro interdipendenti: la popolazione, la produzione di alimenti, l’industrializzazione, l’inquinamento e lo sfruttamento delle risorse. Attraverso questo documento scientifico già anticipato da teorie che all’epoca della loro pubblicazione furono dichiarate eretiche si intendeva dare un avvio alla discussione sul futuro della Terra e sulla questione ambientale.

Secondo il Rapporto Meadows esiste un ritardo tra gli effetti dello sfruttamento delle risorse e la effettiva percezione dell’uomo di tali effetti sull’ambiente e sull’uomo stesso. Questo ritardo avrebbe avuto effetti catastrofici perché non consente di elaborare per tempo alternative o cure ma anzi induce a continuare a nella spirale anche quando ormai le risorse sono terminate e il ‘sistema Terra’ è al collasso. In questo caso la tecnologia si rivela impotente e l’unico modo per non arrivare sull’orlo del baratro consiste nel prendere le dovute decisioni politiche ed invertire radicalmente la tendenza evitando così un catastrofico declino.

Naturalmente l’invito a rimboccarsi le maniche è indirizzato all’ONU in quanto elemento sopranazionale. Al Rapporto Meadows seguiranno altri quattro documenti che focalizzeranno il loro interesse sul divario nord-sud, sulla questione della riduzione degli armamenti, su di una oculata gestione del patrimonio ambientale, sulla corretta gestione dell’acqua, sul corretto uso della tecnologia.

In sostanza questi nuovi documenti individuano una possibilità di salvezza non tanto e non solo nella cosiddetta ‘crescita zero’ ma anche in un rinnovamento delle tecnologie produttive in modo che il tutto avvenga senza grossi scossoni per le economie nazionali ed internazionali.

Il rapporto Brundtland e lo sviluppo sostenibile.

Sulla base di questi studi nel 1987 nasce il Rapporto Brundtland che per molti versi diverge nettamente rispetto al precedente rapporto del 1972. La Commissione infatti desidera delineare uno scenario meno allarmante e si esprime in termini positivi rispetto alla possibilità di una nuova era tanto produttiva quanto rispettosa dell’ambiente e dei suoi ritmi. In realtà non si tratta solo di un tentativo di mitigare gli allarmismi da parte delle industrie e del mondo produttivo capitalistico. La Commissione crede effettivamente che esista un nesso, un circolo vizioso, tra la povertà e il degrado ambientale.

Anche la globalizzazione disegnata con termini negativi dal rapporto Meadows viene qui vista in un’ottica diversa e positiva. Il Rapporto del 1987 contiene infatti numerosi riferimenti al fatto che gli Stati siano tenuti a collaborare lealmente fornendo un valido ed effettivo aiuto ai paesi più svantaggiati, un principio che verrà ripreso qualche anno più tardi in occasione della stesura del Protocollo di Kyoto.

Si tratta in sostanza dell’idea che è alla base del cosiddetto ‘sviluppo sostenibil  che in un’ottica di armonia nello spazio e nel tempo tra le popolazioni del mondo è una forma di sviluppo in grado di soddisfare le necessità delle generazioni attuali ma anche di permettere a quelle future di fruire degli stessi beni.

Il punto debole del Rapporto sta nel fatto che mai nel testo si punta l’indice contro lo stile di vita occidentale né si prendono in considerazione le difficili realtà regionali di molti popoli del mondo.

Le Conferenze di Rio e Johannesburg.

Tutti elementi che verranno sottolineati nel 1992  a Rio de Janeiro alla Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo, conosciuta anche con la sigla UNCED alla quale parteciparono ben 183 Stati e circa 1400 tra ONG ed esponenti del mondo economico. Da qui uscirono cinque documenti: la Dichiarazione di Rio de Janeiro su Ambiente e Sviluppo, l’Agenda 21, la Convenzione sul cambiamento climatico, la Convenzione sulla diversità biologica e la Dichiarazione sui principi relativi alle foreste, tutte a carattere non vincolante o comunque lacunose rispetto agli impegni da assumere.

Il confronto in merito alle misure da prendere sulla produttività nel mondo continuò poi nel 2002 con il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile che si tenne a Johannesburg. Al temine del meeting le Nazioni Unite pubblicarono poi il Rapporto “Global challenge, global opportunity”, (“Una sfida globale, un’opportunità globale”) che avverte sulla necessità di intervenire per l’acqua, l’energia, l’agricoltura, la biodiversità, e la salute.

Green policy e fondi finanziari

Ma l’alba del processo negoziale che avrebbe condotto al Protocollo di Kyoto aveva già visto le prime luci un ventennio prima, con la nascita del Club di Roma[5], un’associazione non governativa fondata nel 1968 che raggruppa uomini d’affari, scienziati e alti dirigenti di livello internazionale. L’impulso alla nascita del Club è stato attribuito da Aurelio Peccei[6] e dalla Fondazione Rockefeller, appunto, con l’obiettivo di offrire al mondo un’agenda internazionale indirizzata alla deindustrializzazione di alcune aree del mondo e alla riduzione della natalità in quanto rischiosa rispetto alla capacità globale di produzione di scorte alimentari[7].

La presentazione al pubblico del progetto in atto avvenne in seguito, con la collaborazione dell’OECD, tra il 12 e il 23 febbraio del 1979. L’occasione fu offerta a Ginevra, durante la prima ‘Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sul Clima’, una conferenza scientifica internazionale organizzata non solo per fare il punto sulla situazione climatica del nostro pianeta e sulla sua evoluzione ma anche per avviare forme di cooperazione scientifica internazionale in merito ai temi prioritari della ricerca sul clima.

A conclusione di questa conferenza fu anche approvata una dichiarazione finale che metteva in risalto l’importanza del clima come risorsa naturale vitale e sollecitava i governi mondiali ad agire in modo da prevenire eventuali interferenze delle attività umane sugli andamenti naturali del clima. La dichiarazione indicava come fattori di interferenza sul clima l’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica causato dal crescente uso di combustibili fossili, la deforestazione ed i cambiamenti d’uso del suolo.

Poiché la ricerca sul clima per la sua complessità e le sue molteplici implicazioni non poteva essere efficacemente svolta solo in ambito nazionale e spesso in modo scoordinato fra i vari paesi, la Conferenza ravvisò anche la necessità di istituire un programma mondiale di ricerche sul tema, il World Climate Research Program, sotto la bandiera delle Nazioni Unite  che oltre a coordinare i programmi nazionali di ricerca in materia, sarebbe stato finalizzato alla comprensione dei processi che regolano il sistema climatico globale, la predicibilità dell’andamento futuro del meteo e l’impatto delle attività umane sul clima.

Il programma fu avviato operativamente nel 1980 sotto il coordinamento di tre organizzazioni internazionali: il WMO (World Meteorological Organization), l’UNEP (United Nations Environmental Program), ICSU (International Community of Scientific Unions) con la partecipazione della IOC (International Oceanographic Commission) dell’UNESCO.

In seguito, con l’obiettivo di discutere e focalizzare meglio le problematiche sul ruolo dei gas serra nel sistema climatico, nell’ottobre del 1985 UNEP e WMO organizzarono a Villach, Austria, una conferenza specifica su questo argomento. Da qui i su menzionati meeting di Bellagio del 1987. Contrariamente agli incontri del WMO, questi ultimi videro un più ristretto gruppo di personaggi e istituzioni: sotto gli auspici del Beijer Institute[8], il contributo di due fondazioni Rockefeller, della Swedish Energy Research Commission, di UNEP e del German Marshall Fund. Se in Austria vi erano stati 48 partecipanti, a Bellagio si contarono solo 24 eletti. Tra gli scienziati presenti, alcuni paladini del nucleare.

Non è proposito di questo lavoro ripercorrere le tappe, pur interessanti, del Protocollo di Kyoto[9] ma è importante soffermarsi su quanto avvenne nel 2000, perché è in quell’anno che iniziano a delinearsi alcuni elementi relativi al sistema finanziario architettato intorno allo scambio di quote di emissioni di CO2. Si tratta di decisioni messe a punto in occasione delle COP o Conferenza delle Parti.

La COP è l’organo supremo di decisione, di gestione e di controllo della UNFCCC, la Conferenza quadro sui cambiamenti climatici della Nazioni Unite. Si tratta di un organo collegiale costituito dall’assemblea di tutti i paesi che hanno ratificato la UNFCCC e ne hanno accettato la sua natura legalmente vincolante.

La COP ha molte competenze e funzioni che sono raggruppabili in quattro categorie:

  • Gestire il trattato raccogliendo, standardizzando, e valutando anche con verifiche e controlli le informazioni periodicamente trasmesse dalle Parti e cioè le comunicazioni nazionali
  • Dirigere e attuare il processo di aggiustamento e di completamento del trattato individuando e adottando misure integrative e aggiuntive per il buon esito della UNFCCC oppure modificando quelle esistenti e adottandone di nuove; in questo ambito è prevista anche la eventuale decisione di chiusura del trattato una volta raggiunto l’obiettivo finale della UNFCCC (art. 2)
  • Regolare il funzionamento del trattato adottando le proprie procedure gestionali e di controllo e i propri regolamenti finanziari; in questo ambito sono comprese anche le decisioni relative alla recessione delle Parti dal Trattato o alla composizione delle dispute tra le Parti.
  • Dirigere il meccanismo finanziario affidato alla COP relativamente alle politiche, alle priorità programmatiche ed ai criteri di ammissibilità ai finanziamenti.

Il meccanismo finanziario è quello che sovrintende alla erogazione di risorse da reperire in appositi fondi costituiti dal GEF, Global Environmental Facility della Banca Mondiale, lo Special Climate Change Fund e il Least Developed Country Fund tutti alimentati dai paesi industrializzati e gestiti dalla Banca Mondiale secondo gli accordi di Marrakesh.

La rottura nel percorso decisionale avvenne nel 2000 quando il Protocollo di Kyoto (PK) venne interpretato nel senso di un graduale svincolamento dai combustibili fossili. Un tema delicato in quanto gran parte dello sviluppo socio-economico che conosciamo è basato sul consumo di idrocarburi. Questo fu un punto fondamentale su cui si verificò la formazione di due opposti schieramenti.

In particolare tra Stati Uniti ed Europa vi erano differenze di fondo. L’Europa che tradizionalmente ha mostrato di essere molto sensibile al tema dell’effetto serra, ha sempre chiesto un intervento forte dei governi attraverso l’adozione di politiche ‘di non rimpianto’ (no regreat policy) ovvero di tutte le politiche possibili per affrontare il problema. Gli Stati Uniti (ma non solo), evidentemente meno convinti dei rischi  e dei costi legati ai cambiamenti climatici, hanno a lungo praticato una politica di wait and see, aspettare e vedere se effettivamente esistano conseguenze rilevanti al cambiamento climatico[10].

Elementi di forte conflittualità, si diceva, emersero a L’Aja nel 2000, in occasione della COP-6. Il negoziato rischiò di mandare a carte quarantotto il Protocollo e il lavoro che l’aveva preceduto.

L’opposizione più forte a queste posizioni sostenute dalla UE fu portata avanti dal cosiddetto ‘umbrella group’ formato da Canada, USA, Giappone, Australia e Nuova Zelanda e spesso appoggiato dalla Russia. In particolare la discordia si concentrò intorno alla proposta caldeggiata dagli USA che chiedevano l’uso di suoli forestali e terre agricole come sink, ovvero come serbatoi di CO2. In sostanza l’Umbrella Group proponeva l’abbattimento del calcolo delle emissioni di Carbonio attraverso crediti concordati per la gestione delle foreste e poi sui finanziamenti ai PVS.

La COP venne recuperata a Bonn durante la cosiddetta COP-6/bis. Nel frattempo gli USA avevano visto l’elezione di Bush Jr. alla presidenza. Contrariamente al suo predecessore, Bush decise di uscire definitivamente dal Protocollo e di partecipare alle COP come semplice spettatore. A quel punto venne, quindi, a mancare l’appoggio e la partecipazione al progetto di uno dei più grossi emettitori di CO2 (45%). Questo forzò le rimanenti Parti ad accordarsi sui Meccanismi Flessibili – la proposta sostenuta pochi mesi prima dagli Stati Uniti e sulla quale era mancato l’accordo. L’anno successivo alla COP-7 in occasione della cosiddetta ‘Conferenza di Marrakesh’ si propose di far entrare in vigore il Protocollo di Kyoto nel 2002 in occasione del Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (WSSD). Secondo questa nuova interpretazione il Protocollo più che uno strumento di effettiva attuazione della UNFCCC diventava uno strumento di politica economica internazionale in campo ambientale per la valorizzazione economica dell’ambiente, la crescita dei mercati internazionali e la cooperazione globale per lo sviluppo socio economico.

Con gli accordi di Marrakesh si confermava, in sostanza, che l’uso del suolo e tutti gli altri interventi agroforestali non erano una misura di intervento secondaria ma potevano invece essere liberamente utilizzati come mezzo per l’assorbimento di gas serra e quindi essere usati come sink cioè come crediti delle emissioni sia in ambito nazionale che internazionale. Così pure per i ‘meccanismi flessibili’: anche questi non secondari ma da usare liberamente fermo restando il rispetto delle regole.

Con il termine sink si intende qualsiasi metodo o meccanismo che viene attuato per sottrarre o rimuovere uno o più gas serra dall’atmosfera e confinarli in modo che non tornino più in ambiente. Sono, cioè, crediti di emissione che vengono sottratti alle emissioni effettive di gas serra in atmosfera. A questo proposito si può affermare che in questo settore, quando si intende valutare nel complesso l’attività antropica,  è necessario considerare anche i serbatoi di carbonio  ovvero le foreste e più in generale i cambiamenti di uso del suolo. Se un’area viene disboscata avviene un cambiamento di uso del territorio che finisce per aumentare le emissioni a causa del minor assorbimento delle piante. Sono possibili diverse strategie per mantenere o aumentare la capacità di assorbimento. Si può e si deve rallentare fino ad arrestare l’attuale deforestazione permettendo così la conservazione degli attuali serbatoi naturali di carbonio, si può aumentare la superficie boschiva attraverso il rimboschimento, si possono orientare le colture agricole per aumentare la capacità serbatoio di alcune coltivazioni, si possono utilizzare fonti rinnovabili di energia come la biomassa.

Aumentare i depositi netti di carbonio ridurrà il riscaldamento globale poiché contribuirà al contenimento delle concentrazioni di gas ad effetto serra.

Ecco perché la deforestazione, per la maggior parte effettuata nelle aree tropicali, riveste una grande importanza nell’ambito dei dibattiti di natura scientifica, sul ciclo globale del carbonio, e di natura politica sui cambiamenti climatici.

In questa sede vennero poi istituiti anche tre fondi finanziari specifici: il ‘climate change fund’ per i paesi in via di sviluppo le cui economie vengono minacciate dai cambiamenti del clima, un fondo denominato ‘last developed countries fund’ per lo sviluppo sostenibile dei paesi più poveri e un ultimo fondo denominato ‘Kyoto adaptation fund’ per finanziare specifici progetti di adattamento per i paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici.

Ulteriori accordi vennero messi a punto tra il 2002 e il 2004 durante la COP-9 di Milano in occasione della quale si parlò di Afforestazione e Riforestazione (A/R projects) ovvero la forestazione di terreni mai coperti da foreste e la forestazione di terreni disboscati. In questo ragionamento si calcolò anche che non tutte le piante assorbono la CO2 con le stesse modalità: la selezione naturale ha provveduto ad adattare i meccanismi fotosintetici delle piante a seconda del clima e del loro habitat, rendendo la fotosintesi efficiente ai massimi livelli sotto il punto di vista energetico. Ad esempio le specie vegetali che vivono in ambienti difficili sotto il punto di vista climatico agiscono una fotosintesi modificata (vengono dette piante C4)  che permette loro di avere un metabolismo lento ma privo di sprechi.

L’assorbimento di anidride carbonica è dunque strettamente correlato al metabolismo, al ritmo di crescita delle piante e alle caratteristiche dei loro habitat: maggiori produzioni di biomassa (quantità totale di materia organica) significano un’attività metabolica più intensa che si traduce in un assorbimento di anidride carbonica più elevato.

Se i deserti sono gli ecosistemi dove si misura la produttività più bassa (alte temperature e mancanza d’acqua rendono la vita possibile solo per un numero ristretto di specie) gli ecosistemi in cui si riscontrano i più alti valori di PPN Produzione Primaria Netta, la quantità di nuova sostanza organica che viene prodotta annualmente da un ecosistema, sono le foreste tropicali equatoriali: esistono, dunque, piante in grado di sequestrare maggiori quantitativi di biossido di carbonio rispetto ad altre. Dalle stime condotte dal FRA 2005 (Forest Resources Assessment) si valutava una quantità pari a 283 gigatonnellate di carbonio[11] contenuta nella sola biomassa delle foreste del pianeta. Questo valore sommato alla quantità di carbonio presente nella massa morta, nella lettiera forestale e nel suolo, diventa pari ad un totale complessivo di un trilione di tonnellate. Il rapporto rilevava un rilascio di quasi due miliardi di tonnellate di carbonio nell’atmosfera dovuto alla deforestazione.

Per il FRA 2020, invece, il carbon stock totale è stimato in 662 Gt (163 tonnellate per ettaro), comprese le 300 tonnellate di materia organica del suolo, 295 Gt di biomassa viva e 68,0 Gt di legno morto e lettiera[12]. Si registra, dunque una decrescita. Tra il 1990 e il 2020 siamo passati da 668 Gt a 662 a causa della riduzione del manto forestale. Un dato globale su cui vengono calcolati i dati per area: se le foreste sudamericane hanno registrato un decremento di manto forestale per ettaro, in alcune foreste asiatiche ed europee il dato è in aumento.

Figura 1 FRA 2020 http://www.fao.org/3/ca9825en/CA9825EN.pdf

La UE si era opposta nel 2000 a tutto questo in quanto non riteneva corretto ricorrere ai cambiamenti di uso del suolo per ottenere facili crediti alle emissioni anche perché non vi erano metodologie scientifiche affidabili per calcolare esattamente la quantità di anidride carbonica immagazzinata dai suoli  a seguito di certe pratiche né riteneva eticamente corretto piantare alberi nei Paesi in via di sviluppo all’unico scopo di acquisire crediti di emissione da sottrarre ai propri obblighi di riduzione di gas serra[13].

La UE chiedeva in sostanza di mettere ordine in casa propria piuttosto che utilizzare la cooperazione internazionale e i meccanismi flessibili per creare sinks nei PVS invece di favorirne lo sviluppo sostenibile, cosa che, tra l’altro, sminuiva lo spirito del Protocollo. Inoltre una forestazione eseguita senza le dovute attenzioni poteva diventare un fatto del tutto temporaneo e addirittura compromettere la biodiversità di molti paesi poveri non in grado di valutare l’idoneità o meno di una scelta. Si verificò, infatti un caso cruciale nel processo negoziale: per i paesi in via di sviluppo non fu prevista alcuna limitazione alle emissioni di gas serra. La linea di fondo che è stata accettata dai paesi firmatari è che un tale vincolo avrebbe rallentato il loro cammino verso lo sviluppo socioeconomico.

Si determinò, per la prima volta in maniera ufficiale, il diritto ad inquinare e il nesso positivo tra inquinamento e sviluppo: esattamente il contrario rispetto ai principi che, formalmente, avevano ispirato i Paesi Parti ad accordarsi in tema di ambiente.[14]

Alla virata a 180° molto contribuì l’opposizione dei paesi dell’Umbrella Group  (USA, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda) e il rischio di un totale fallimento dei negoziati durante la COP-6 del 2000. Questo timore consentì che agli accordi di Marrakesh, COP-7, si stabilisse che non fossero imposti vincoli di principio per un ampio utilizzo dei sink sia in ambito nazionale che internazionale salvo il fatto che i crediti derivanti dall’uso dei sink e i cosiddetti ‘removal units’ o RMU, misurati in tonnellate di anidride carbonica, potessero essere riconosciuti fino ad un certo limite per le azioni di gestione forestale, gestione delle aree coltivate, gestione dei pascoli e rivegetazione di aree degradate.

La tabella di tali limiti è stata concordata ed approvata per ciascuno dei paesi Annex I[15]  con eccezione della Russia che ha preteso che gli fosse riconosciuto un uso dei sink molto più ampio, il doppio, di quello che le spettava[16]. Se la forestazione rappresenta un sink va da se che la deforestazione debba essere considerata una ‘source’, cioè una sorgente di emissione. Infatti la deforestazione, causando un mancato assorbimento di anidride carbonica e un mancato immagazzinamento di carbonio come sostanza organica nella vegetazione dei suoli, equivale senza dubbio alle emissioni di anidride carbonica.

Oltre agli interventi domestici il Protocollo di Kyoto prescrive la possibilità di attuare azioni supplementari all’estero attraverso particolari forme di cooperazione che vengono definite ‘meccanismi flessibili’. Si specificò la supplementarietà di queste azioni perché ancora una volta la Comunità Europea chiedeva che almeno il 50% delle azioni fosse effettuato ‘in casa’ ed il restante attraverso i meccanismi flessibili, severamente regolamentati e controllati, per evitare abusi e opportunismi. Per esempio, nell’ambito della cooperazione tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, dovevano essere preventivamente definiti gli ambiti di intervento promuovendo i progetti riguardanti le energie rinnovabili ed escludendo quelle che prevedevano l’uso del nucleare o le famigerate grandi dighe per la produzione di energia idroelettrica.

I crediti derivanti dai meccanismi flessibili dovevano comunque costituire un significativo contributo alla riduzione delle emissioni e si decise che fossero tassati con una ritenuta pari al 2% del loro valore monetario. Il ricavato avrebbe alimentato il ’Kyoto adaptation fund’ destinato ad aiutare i paesi economicamente e socialmente più deboli e destinati a soccombere rispetto ai cambiamenti climatici.

Vennero stabilite tre forme di cooperazione internazionale:

  • Joint Implementation (JI) o attuazione congiunta degli impegni;
  • Emission Trading (ET) o commercio delle emissioni;
  • Clean Development Mechanism (CDM) o meccanismo di sviluppo pulito;

Anche questa volta i paesi che intendevano partecipare ai meccanismi flessibili dovevano aver ratificato il Protocollo di Kyoto stabilito a livello nazionale un archivio contenente gli inventari delle loro emissioni e dei loro sinks certificati in appositi registri  e quindi dovevano aver già stabilito i permessi di emissione o le quote di emissione massima consentita, i cosiddetti assigned amounts units o AAU in base ai loro impegni di emissione e di come queste emissioni sono ripartite tra i vari settori produttivi del Paese. Ciò era assolutamente necessario perché con la partecipazione ai meccanismi flessibili si creava un mercato di trasferimenti e di transazioni di quote tra industrie e settori produttivi di paesi diversi accuratamente certificati.

Ecco di cosa si tratta:

  • Joint Implementation (JI): con Implementazione congiunta si intende l’accordo tra due o più paesi Annex I che abbia l’obiettivo di sostituire agli obblighi individuali un obbligo congiunto. I paesi che decidono di attuare congiuntamente i loro impegni possono anche accordarsi su una distribuzione diversa degli obblighi rispetto a quella prevista da Protocollo di Kyoto purchè venga rispettato l’obbligo complessivo che risulta dalla somma di tutti gli obblighi individuali. I paesi dell’Annesso I possono attuare i loro impegni sia individualmente che congiuntamente. Questo meccanismo consente l’attuazione congiunta attraverso programmi di cooperazione economica mediante i quali si possono acquisire o cedere quote di emissione definite ‘emission reduction units’ o ERU che derivano da progetti intrapresi in qualsiasi settore dell’economia allo scopo di ridurre le emissioni di gas serra o di aumentarne l’assorbimento da parte dei cosiddetti sinks. Questa cooperazione può avvenire solo se vi è un accordo comune tra le parti interessate; le unità di riduzione devono essere addizionali e non sostitutive delle azioni domestiche; le parti coinvolte devono avere il permesso di attuare il progetto attraverso l’autorizzazione emanata da una speciale commissione di supervisione e, naturalmente, le azioni da intraprendere devono utilizzare tecnologie sostenibili. La verifica di una corretta attuazione dei regolamenti e delle procedure per l’acquisizione degli ERU viene svolta da una commissione di supervisione, o Supervisory Committee, come previsto dall’art.6 e nominata dalla COP/MOP, organo supremo di supervisione, gestione e controllo del Protocollo di Kyoto.
  • Emission Trading (ET): qualora i paesi dell’Annesso I desiderino attuare i loro impegni individualmente e interagire tra loro non attraverso la cooperazione su progetti congiunti (come la Joint Implementation) ma attraverso l’economia di mercato, cioè attraverso liberi scambi commerciali, ciò è possibile attraverso il meccanismo degli emission trading secondo i quali un paese può acquistare a prezzi di mercato la parte di quota di emissioni non utilizzabile da un altro paese. I non-Annex I sono esclusi da questo meccanismo. In sostanza con questo meccanismo si possono vendere o comperare quote di emissione sia disponibili in ambito nazionale come le AAU, assigned amount units, sia ottenute in ambito internazionale come le ERU, emission reduction units relativi alla Joint Implementation o i CER, certified reduction units, relativi ai clean development mechanism.

Non furono stabilite regole particolari per attuare questo meccanismo salvo il fatto che vi possono partecipare solo i paesi Annex I, se in regola con le certificazioni. C’è, comunque, un vincolo che impedisce di vendere le proprie quote di emissione in modo eccessivo o in modo tale da non essere poi più in grado di rispettare i propri impegni, e di non doversi trovare all’ultimo momento nella necessità di doverle acquistare col rischio che non ci sia disponibilità di mercato.

Questa riserva si chiama ‘commitment period reserve’ e la sua entità dipende dalle condizioni del paese che intende partecipare al commercio delle emissioni.

  • Clean Development Mechanism (CDM) Questo meccanismo è analogo a quello della joint implementation ma applicato tra paesi Annex I e Annex II in modo che i paesi industrializzati possono acquisire quote certificate di riduzione delle emissioni definite Certified Reduction Units o CER mediante la realizzazione di progetti di sviluppo socio economico ‘pulito’ nei paesi in via di sviluppo per aiutarli a raggiungere uno sviluppo sostenibile.

È un meccanismo che presenta maggiori problemi di applicazione. Consente, infatti, ai Paesi industrializzati di ottenere unità di riduzione delle emissioni senza addebitare tali crediti al paese che li ha emessi in quanto è un PVS e non ha obblighi di riduzione. La concessione di accrediti senza addebiti ha, perciò, vanificato le finalità del Protocollo sebbene fosse stato previsto un organo di supervisione e regole secondo le quali le attività e i progetti che si intendono realizzare devono riguardare alcune specifiche tematiche e cioè le energie rinnovabili, l’uso efficiente di energia e i progetti di sviluppo sostenibile in generale[17].

In somma dopo decenni in cui la scienza e l’ingegno umano sembravano dover trionfare su tutto ha, alla fine, vinto l’idea baconiana secondo cui “non si trionfa sulla natura se non obbedendo alle sue leggi”.

Le Nazioni Unite partono dalla considerazione secondo cui il cambiamento antropogenico del clima pone diversi problemi alle stesse attività umane – oltre che all’ambiente naturale – problemi che le future generazioni dovranno affrontare. Eppure si è mosso con estrema incoerenza.

Ma non per tutti il male ha finito per nuocere: la finanza creativa è riuscita ad ottenere benefici stratosferici dalla compravendita di crediti di carbonio.

A distanza di alcuni decenni dall’inizio del dibattito sul clima e sulle emissioni climalteranti possiamo dire che gli accordi politici hanno fallito rispetto agli obbiettivi dichiarati al punto che è possibile parlare di autosabotaggio.

È, forse, il caso di fare uno sforzo di identificazione degli elementi di maggiore criticità e  ridisegnare l’agenda.

Chiara Madaro

Marzo 2021

Note

[1] Rupert Darwall, ‘Green Tyranny. Exposing the totalitarian roots of the climate industrial complex’, 2017, Ed. Encounter Books

[2] Pilar Palacià, Elisabetta Rurali, ‘Bellagio Center – Villa Serbelloni. A brief history – Breve storia’’, traduzione Paola Bianchi, Rockefeller Foundation, Giugno 2009

[3] https://worldscholarshipforum.com/it/compagnia-di-fondazione-rockefeller/

[4] https://www.rockefellerfoundation.org/people/martin-l-leibowitz/ 

[5] Matthias Schmelzer, ‘Born in the corridors of the OECD’: the forgotten origins of the Club of Rome, transnational networks, and the 1970’s in global history’, Cambridge University Press, febbraio 2017, in: https://www.cambridge.org/core/journals/journal-of-global-history/article/abs/born-in-the-corridors-of-the-oecd-the-forgotten-origins-of-the-club-of-rome-transnational-networks-and-the-1970s-in-global-history/0441CA6588F99F0825D8FF5F45401FC0#

[6] Industriale italiano con un passato in FIAT e, dal 1964 in Olivetti, quando Adriano Olivetti e Mario Tchou erano già tragicamente scomparsi.

[7] Mathias Shmelzer, ‘The hegemony of growth. The OECD and the making of economic growth paradigm’, pg. 250, Cambridge University Press, 2016

[8] http://www.beijer.kva.se/

[9] Il Protocollo è un allegato alla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, UNFCCC. La COP di Kyoto è stata la 3^. La prima ebbe luogo a Berlino nell’aprile del 1995, mentre la COP-2 si tenne Ginevra nel giugno 1996. Il Protocollo di Kyoto è strumento attuativo della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici.

[10] Alessandro Lanza. ‘Il cambiamento climatico’, ed. Il Mulino, Bologna 2000

[11] Le emissioni di andidride carbonica (CO2), vengono calcolate in gigatonnellate di Carbonio. Dunque della molecola di CO2 viene calcolato solo il Carbonio. Una gigatonnellata equivale a un miliardo di tonnellate di Carbonio e a 3,67 Gt di CO2. In: https://skepticalscience.com/translation.php?a=251&l=17

[12] FRA 2020 http://www.fao.org/3/ca9825en/CA9825EN.pdf

[13] Antonio Lumicisi, ‘L’albero amico del clima’, QualEnergia anno IV, n.4 Settembre Ottobre 2006

[14] A fresh perspective Global Forest Resources Assessment 2020.  http://www.fao.org/forest-resources-assessment/2020/en/#:~:text=About%20the%20report&text=FRA%202020%20examines%20the%20status,in%20the%20period%201990%E2%80%932020.&text=Such%20a%20clear%20global%20picture,investments%20affecting%20forests%20and%20forestry.

[15] Con questa dizione si faceva riferimento ai paesi industrializzati.

[16] Vincenzo Ferrara, ‘La Convenzione sui cambiamenti climatici e il Protocollo di Kyoto’, ENEA, Progetto Clima Globale 2006

[17] Vincenzo Ferrara, ‘La Convenzione sui cambiamenti climatici e il Protocollo di Kyoto’, ENEA, Progetto Clima Globale 2006

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