Biocolonialismo & biopirateria. I popoli indigeni nel nuovo millennio

“In passato i nostri antenati combattevano le loro battaglie sulla terraferma e nelle aule di tribunale. Oggi alcune battaglie si sono spostate nei laboratori scientifici e negli uffici brevetti”. La denuncia arriva nel 2000 dal Consiglio dei Popoli Indigeni sul Biocolonialismo IPCB[1].

I popoli indigeni sono stati tra i primi a rendersi conto che la biologia molecolare aveva fatto oggetto di interesse piante utili all’alimentazione o alla produzione di medicinali ma anche animali e popolazioni umane sollevando preoccupazioni importanti di ordine etico legale e sociale. Inserire pezzi di DNA da un organismo ad un altro rappresenta una ‘terapia genica somatica’ o ‘ingegneria genetica somatica’.

Secondo l’IPCB gli esperimenti di alterazione dei feti, la clonazione umana e altri esperimenti genetici avventati capaci di favorire il trasferimento di virus tra specie diverse, rispondono all’obiettivo di ‘possedere la vita’ ma avverte: non possiamo aspettarci che siano i governi a difendere i nostri interessi o i media, i funzionari governativi, forse più interessati a tutelare i propri interessi.

Le popolazioni indigene sono di particolare importanza per i ricercatori nel campo biotech in quanto costituiscono una ‘nicchia’ biologica in cui rinvenire un insolito corredo genetico, un gene raro o una malattia o condizione medica ‘importante’. Sapere se una variante genetica comporti resistenza o predisposizione ad una malattia ha un grande valore economico e commerciale.

Non è un caso se la questione viene posta agli albori del nuovo millennio: sono gli anni in cui viene conclusa la mappatura ‘approssimativa’ del genoma umano. Gli scenari che si prefigurano per i popoli indigeni e rurali mettono in mostra la loro vulnerabilità. Una delle questioni di maggior rilievo che viene sollevata riguarda la sfera morale ed etica. Per i popoli indigeni la memoria ancestrale fa parte della loro identità ed è strettamente legata alla terra, alla foresta, ai fenomeni naturali[2]. I popoli indigeni si percepiscono come un tutto unico con la natura. Nella loro cultura l’essere umano è parte della biosfera, della diversità biologica che popola il mondo in cui viviamo. Tutto è legato e interconnesso, c’è una logica che ci conduce a relazioni improntate al sacro. Perciò ferire l’integrità dell’ambiente naturale significa danneggiare anche l’integrità degli esseri umani.

Il contrario della cultura dominante, dove l’uomo si pone come un essere superiore, capace di imbrigliare e modificare la natura a proprio piacimento, secondo le proprie necessità, le necessità del profitto fine a sé stesso.

Ed è su questo piano, su quello economico, dell’accesso alle risorse del pianeta che si stanno giocando i maggiori conflitti nei tempi che viviamo[3].

La regia spetta alle imprese transnazionali private che si muovono eludendo il controllo degli Stati in quanto appunto imprese multinazionali ed interessate a creare una interdipendenza economica globale. E nel processo di globalizzazione questi attori finanziari privati finiscono per competere con gli Stati e dunque con i popoli.

E come? Mirando alle risorse necessarie alla nostra vita, a partire dall’agricoltura, dalle specie vegetali che servono al nostro nutrimento, di cui non possiamo fare a meno. Controllare la produzione agricola significa controllare gli Stati.

I popoli indigeni e rurali sono stati tra i primi a rendersi conto di quanto avveniva, proprio per la diretta dipendenza dall’ambiente in cui vivono. E sono stati tra i primi in quanto ‘popolo’ a denunciare questa nuova forma di colonialismo conosciuta con il nome di biocolonialismo e biopirateria.

La genetica è una branca della scienza ormai relativamente nuova che mira a manipolare il DNA che si trova all’interno delle cellule di ogni forma di vita, dai batteri agli esseri umani. Conoscere le sequenza genetiche degli organismi consente anche di modificarne la struttura, le caratteristiche, trasportare pezzi di gene da un essere vivente ad un altro. E questa manipolazione avviene senza troppi riguardi per le forme di vita che vengono manipolate, spesso aggirando leggi o approfittando di buchi normativi.

Afferma IPCB: “I ricercatori sanno benissimo che è qui che troveranno la diversità genetica, umana, animale e vegetale, necessaria per i loro progetti di ricerca, afferma. (…) Se scegli di partecipare a studi che coinvolgono la genetica, questa è la tua scelta, ma ti invitiamo a considerare quanto segue:

– Sono pienamente consapevole della ricerca a cui mi sto dedicando?
– Ho davvero capito cosa sta succedendo?
– Sono a conoscenza degli effetti a breve e lungo termine di tale ricerca?
– Ho soppesato gli esiti positivi e negativi?
– Questo viola o va contro la mia religione, la mia cultura o il mio
codice etico personale?
– So davvero cosa c’è nel “modulo di consenso”?
– Ho dato il mio vero consenso?
– So cosa verrà fatto con il mio sangue, tessuto, capelli o altri
campioni?
– Che uso verrà fatto delle nostre conoscenze tribali, o dei campioni
prelevati dal nostro territorio?
– In che modo i risultati della ricerca influenzeranno me, la mia famiglia o la mia gente?
– Chi trae davvero vantaggio dalla ricerca, e quanto?’

La parola ingegneria suggerisce un concetto di esattezza ma in realtà non può esserci esattezza in questa scienza in quanto non siamo ancora in grado di spiegare numerose interazioni che avvengono tra le cellule e tra il nostro organismo e l’ambiente circostante. Il riduzionismo genetico è uno dei maggiori problemi in quanto non riconosce la comunicazione tra elementi dell’organismo e ambientali, appunto. Questa non esattezza delle terapie geniche o ingegneria genetica è dimostrata dalle alterazioni non previste e indesiderate in animali o vegetali. Come la grave artrite o altri danni di cui soffrono i maiali ‘corretti’ con un ormone della crescita a loro estraneo o come i salmoni che assumono un inaspettato colore verde.

Per queste operazioni di taglia  e cuci vengono usate delle proteine  che funzionano come ‘forbici’ e servono ad isolare il DNA.

Poi serve un gene marcatore resistente agli antibiotici che serve  a far capire agli ingegneri se il DNA estraneo è stato introdotto con successo nelle cellule dell’ospite

Serve anche un promotore, cioè un tratto di dna che serve da interruttore: assicura che il DNA estraneo sia riconosciuto ed espresso dall’organismo ospite cioè impiegato per produrre la proteina desiderata.

Per introdurre questi elementi nell’organismo ricevente si può

  • Usare un vettore (virus o sequenze di DNA batterico (i plasmidi) che hanno la funzione di abbattere le difese delle cellule ospiti permettendo l’ingresso di DNA estraneo
  • Usare una ‘pistola genetica’ cioè il pacchetto genetico viene posizionato su un gran numero di piccoli proiettili di oro o tungsteno in direzione di un gruppo di cellule vegetali o animali desiderate

Sopravvivono le cellule che trasportano nel pacchetto i geni di resistenza agli antibiotici. Queste verranno quindi coltivate fino a diventare piante mature. Nel caso dell’ingegneria genetica applicata alle piante.

Queste tecniche vengono usate anche per il genoma umano. I Progetto Genoma avviato negli anni 90 si proponeva proprio di sequenziate tutti i 3miliardi di basi del genoma umano usando prevalentemente materiale genetico appartenente a popolazione nord europea. Ma ci sono gruppi di ricerca che studiano le varianti all’interno delle popolazioni umane.

E tra questi gruppi destano particolare interesse i gruppi indigeni in quanto si presume che abbiano maggiori caratteristiche di ‘purezza’.

E’ di interesse comprendere cosa renda diverse le persone ma naturalmente nello studio non rientrano elementi legati alla cultura o all’ambiente: come si diceva si pensa nell’ottica del riduzionismo genetico.

Queste informazioni hanno un grande valore economico e commerciale.

Una vera corsa all’oro per governi università e centri di ricerca. Ogni essere vivente è fonte di potenziale guadagno e si è in grado di abbattere ogni confine tra esseri viventi, tra specie diverse.

E’ una corsa all’oro in quanto prevede che la ricerca genetica prosegua all’infinito: infestanti, batteri, parassiti e virus diventano attraverso queste tecnologie sempre più resistenti.

Per i popoli indigeni mancano politiche adeguate capaci di proteggere i diritti collettivi delle popolazioni indigene e tribali.

Esistono inoltre tecniche che rendono possibile immortalizzare delle cellule. Questo rende possibile ottenere quantità illimitate di DNA per ricerche future che non è dato sapere da chi e per quali scopi vengano utilizzate.

Ad esempio i popoli indigeni temono che possano nascondere obiettivi eugenetici e quindi si teme che la genetica possa diventare una vera e propria arma ai danni di individui con determinate caratteristiche genetiche indesiderabili.

 

In agricoltura quello che accade è una progressiva erosione genetica, una forte perdita delle varietà agricole. Sempre IPCB denunciava 20 anni fa che una probabile tendenza sarebbe stata – ed è stata – quella di sviluppare ampi mercati internazionali per singola varietà di prodotto quindi uniformità genetica e monocolture.

Dunque l’obiettivo consiste nel raggiungere i piccoli contadini che ancora posseggono specie tradizionali autoctone e convincerle a passare ai semi transgenici delle imprese multinazionali dell’agribusiness.

La preoccupazione dei popoli indigeni e rurali è tanta in quanto gran parte della varietà genetica esistente al ondo è concentrata nei paesi in via di sviluppo e queste specie servono all’alimentazione e alla cura di queste popolazioni.

Se una multinazionale sequenzia il genoma di una pianta questa poi riceve il brevetto su questa pianta come se fosse stata inventata dall’azienda.

Gli ogm possono diventare contaminanti: le varietà vegetali programmate per uccidere insetti che di solito danneggiano quella pianta in realtà uccidono anche insetti impollinatori o benefici. Ad esempio le coccinelle che si nutrono di afidi.

Ma una ulteriore preoccupazione deriva dall’uso di virus e batteri a causa degli xenotrapianti. Alcuni animali come i maiali vengono allevati con lo scopo di espiantarne gli organi e introdurli in un organismo umano. Per evitare il fenomeno del rigetto, nel maiale vengono inseriti geni umani.

Questo facilita la diffusione tra gli esseri umani di malattie suine a causa di virus e batteri appunto che possono infettare non solo la persona trapiantata ma anche altri esseri umani. Inoltre l’ingegneria genetica produce ulteriori tossine e resistenza agli antibiotici un binomio che ci porterebbe a dover fronteggiare malattie che non è possibile curare con antibiotici tradizionali.

E’ arrivato il momento di ammetterlo: la superiorità della società dominante è solo apparente. I fatti stanno dando ragione a chi all’inizio del millennio avanzava queste preoccupazioni. E la società dominante, nel suo particolarismo, nella sua ignoranza sistemica e stupidità fondamentale non ha saputo né voluto arginare questo tipo di follia.

 

Chiara Madaro

[1] IPCB, ‘Indigenous People, Genes and Genetics. What Indigenous People Should Know About Biocolonialism’, Giugno 2000 disponibile in: http://www.ipcb.org/publications/primers/htmls/ipgg.html

[2] Institute for Agriculture and Trade Policy, ‘Indigenous Peoplese Critical of the Human Genome Project’, 27 giugno 2000. Disponibile in: https://www.iatp.org/news/indigenous-peoples-critical-of-the-human-genome-project

[3] U.S. House of Representatives , ‘Spinning Science & Silencing Scientists:

A Case Study in How the Chemical Industry Attempts to Influence Science

Minority Staff Report Prepared for Members of the

Committee on Science’, Space & Technology

February 2018

 

 

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