Nasce OCTE, Osservatorio contro la transizione ecologica – intervista al Prof. Luca Marini – Diritto Internazionale, La Sapienza

Prof. Luca Marini - Diritto Internazionale La Sapienza

Il tema dei cambiamenti climatici ha assunto negli anni più recenti un ruolo preminente. Nel giugno 2022 un gruppo di accademici ed esperti si è riunito nell’OCTE, Osservatorio contro la transizione ecologica. Il Prof. Luca Marini, docente di Diritto internazionale presso La Sapienza di Roma ed ex vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, è tra i promotori dell’iniziativa.

Professore, perché un bioeticista ha deciso di occuparsi di ambiente e di transizione ecologica?

Perché la bioetica è nata negli anni Settanta espressamente allo scopo di costruire, secondo le parole del fondatore di questa disciplina, un “ponte per il futuro” dell’umanità, promuovendo la riflessione sul rapporto uomo-ambiente[1]. Solo in seguito, e da altri, la bioetica è stata circoscritta alle applicazioni della medicina e della biologia, secondo un riduzionismo funzionale all’interesse delle grandi corporazioni finanziarie transnazionali di sdoganare le biotecnologie vegetali, animali e infine umane, come infatti è accaduto a partire dagli anni Ottanta.

Com’è nata la idea di avviare riflessioni critiche sul tema dei cambiamenti climatici mediante l’OCTE?

Lo scopo dell’OCTE è contrastare le azioni condotte dalle multinazionali, sotto il velo della sovranità di governi e organizzazioni liberisti e globalisti, per limitare diritti e libertà fondamentali mediante la mono-narrazione catastrofista relativa al Climate Change. In altre parole, l’OCTE intende smascherare un lessico funzionale a strategie di soggiogamento che fanno leva sui sistemi “premiali”, sui principi dell’economia comportamentale, sul neo-paternalismo governativo e sull’autoreferenzialità della tecnologia e che già si stanno concretizzando nell’imposizione di determinate fonti energetiche quale condizione di accesso a certificati digitali – in tutto simili al famigerato Green Pass – che a loro volta condizioneranno la titolarità e l’esercizio di diritti o la fruizione di beni e prestazioni essenziali.

I movimenti ambientalisti nascono negli anni 70 da finanziatori d’eccellenza appartenenti a grandi dinastie di banchieri. Sotto l’ombrello di questi filantropi l’Italia (Bellagio) ha avuto ed ha ancora un ruolo di primo piano nella formazione di personaggi che nelle arti, nelle scienze e nella politica possano orientare l’opinione pubblica. Perché essere critici con questo attivismo?

Perché è un attivismo di facciata, salottiero e teleguidato dai media, che sono i responsabili principali della manipolazione dell’opinione pubblica: quella manipolazione che, per intenderci, porta il vicino di casa a salutare con favore lo scellerato progetto di convertire all’elettrico l’intera produzione europea di automobili. Del resto, con qualche eccezione, i media sono sul libro paga delle stesse corporazioni finanziarie transnazionali che sponsorizzano e quindi controllano i circuiti scientifici, accademici, culturali, artistici, comunicativi, politici e istituzionali. È evidente che da questa spirale viziosa non può nascere un dibattito trasparente, obiettivo e, soprattutto, scevro da conflitti di interesse.

Il sociologo Ulrich Beck[2] nota come il rischio non sia sinonimo di catastrofe ma ne è anticipazione. Una distinzione fondamentale in quanto il focus è posto più sulla costante minaccia pendente sulle nostre vite che sulla manifestazione vera e reale di una calamità. Concorda? A cosa serve questo tipo di narrativa?

L’analisi di Beck, espressa nel suo Risikogesellshaft del 1986, ha fornito un contributo fondamentale al consolidamento e alla diffusione del principio di precauzione: quello stesso principio di cui molti, compresa l’Unione Europea, hanno preteso di farsi paladini tra l’inizio degli anni Novanta e i primi anni Duemila e che poi hanno immolato sull’altare del progresso tecnologico. Non a caso, il tramonto del principio di precauzione coincide, in Europa, con la fine della moratoria sugli OGM, avvenuta nel 2003. Lei provi oggi, a distanza di vent’anni, a invocare la precauzione in materie come la biologia sintetica, le nanotecnologie, le neuroscienze, la robotica, e vedrà quanta terra bruciata creerà intorno a sé. Ovviamente mi riferisco alla formulazione del principio di precauzione recepita dal “principio 15” della Dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992, e non alle formulazioni edulcorate e di pura facciata contenute nei documenti di governi liberisti e globalisti come quello italiano.

Nel parere OCTE del 30 giugno affrontate il tema dell’acqua, che per alcuni non sarebbe un diritto. Mentre in Sudamerica si iniziano ad avere ricadute pratiche in merito all’idea che la natura in sé possa essere soggetto di diritto. Da cosa deriva questa involuzione ad U del Diritto oltre che della logica in occidente?

Dalla volontà di taluni soggetti di utilizzare il diritto come strumento in grado di legittimare prevaricazioni e soprusi. Le faccio un esempio: per il diritto internazionale, gli ultimi luoghi fisici che non possono essere assoggettati alla sovranità degli Stati sono l’alto mare, lo spazio extra-atmosferico e l’Antartide. Ma è solo questione di tempo: nella misura in cui il progresso tecno-scientifico permetterà di esplorare adeguatamente questi spazi oggi inospitali, e ipocritamente definiti “patrimonio comune dell’umanità”, comincerà il loro sfruttamento e la loro distruzione da parte dei soggetti che disporranno delle risorse necessarie: e cioè le corporation che si muovono all’ombra delle sovranità nazionali e che orientano a loro piacimento gli sviluppi del diritto. Questo discorso vale, ovviamente, anche per la corporeità umana: come ha rivelato l’affaire Covid, le multinazionali farmaceutiche, le stesse che negli anni Settanta dichiaravano pubblicamente di volere “vendere farmaci a gente sana”, hanno spacciato per vaccino un farmaco genico sperimentale che modifica il DNA umano per scopi, al momento, ancora sconosciuti. A parte, ovviamente, lo scopo palese della restrizione dei diritti fondamentali, che a sua volta è funzionale all’obiettivo di controllare e soggiogare gli individui.

Infatti nei vostri comunicati fate riferimento al ‘controllo’ in atto da entità private nei confronti dei popoli e mediate dalla politica ormai esautorata da ogni sua funzione democratica. Eppure non c’è protesta. La retorica del complottismo ha indotto molte persone a farsi una guerra tra poveri. Cosa impedisce alle persone di capire chi sia il vero nemico e la reale posta in gioco?

Semplicemente la mancanza di cultura. Intendiamoci: la colpa non è solo degli italiani, poiché si tratta di un disegno strategico, attentamente pianificato, che va dall’informazione televisiva alla formazione universitaria. Se negli anni Sessanta Alberto Manzi, di cui ho avuto la fortuna di essere stato scolaro, conduceva sul Programma Nazionale “Non è mai troppo tardi” e insegnava a leggere e scrivere agli italiani ancora analfabeti, oggi i pronipoti di quegli alfabetizzati sono i ragazzi che frequentano le aule universitarie convinti che la verità, o quanto meno la conoscenza, sia da cercare sulle pagine di Wikipedia con l’aiuto dello smartphone. È chiaro che in queste condizioni non può svilupparsi alcuna coscienza critica e neppure civile; ed è chiaro che un popolo così privo di cultura e di coscienza è perfettamente pronto per essere inquadrato e condotto al macello, qualunque esso sia.

Il Gen. Fabio Mini parla di guerra ambientale già da alcuni anni: la lotta per l’accesso alle risorse potrebbe essere più evidente anche alle società più evolute in tempi brevi. C’è chi ha mezzi tecnologici per ‘possedere’ l’ambiente, farne ciò che si vuole a fini politici ed egemonici[3]. Concorda? Chi può essere interessato a tagliare il ramo su cui siamo seduti?

Sì, c’è qualcuno che dispone della volontà e soprattutto degli strumenti per controllare e utilizzare l’ambiente e le sue risorse – compreso il DNA umano – agli scopi che Lei ha ricordato. Si tratta, ovviamente, del capitalismo finanziario e globalista, che da tempo ha piegato ai suoi fini gli strumenti “pacifici” del diritto e in particolare gli strumenti di quel diritto europeo che molti si ostinano ancora a considerare – vuoi per ingenuità, vuoi per ignoranza, vuoi per collusione – fonte di democrazia, benessere e prosperità. Per avere conferma di quanto appena affermato basterebbe leggere la direttiva europea sul brevetto biotecnologico, risalente al 1998. Certo, si tratta di una deriva decisamente pericolosa per le sorti dell’umanità: ma chi la sta mettendo in pratica, tagliando il ramo su cui siamo tutti seduti, ritiene evidentemente di vivere almeno un’ora in più, e meglio, del resto dell’umanità.

A cura di Chiara Madaro

 

[1] R. Van Potter, Bioethics. A bridge to the future, Prentice-Hall, 1971.

[2] Ulrich Beck, ‘La società del rischio. Verso una seconda modernità’, 1986, Disponibile con Carocci editore, Roma, ristampa 2020

[3] https://www.limesonline.com/cartaceo/owning-the-weather-la-guerra-ambientale-globale-e-gia-cominciata-2

Per ulteriori approfondimenti:

https://www.academia.edu/44989325/Il_complesso_militare_industriale_e_la_finanziarizzazione_degli_eventi_meteorologici

e

Diritto ad inquinare e creazione di fondi finanziari ‘green’: una storia

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