Il dialogo e la conoscenza reciproca per la pace: una responsabilità per il giornalismo e per i lettori
Patrizio Nissirio fa il mestiere del giornalista da oltre 40 anni. Dopo una lunga esperienza in ANSA, dove è stato responsabile di ANSAMed, il sito ANSA sul Mediterraneo (attraverso il quale ha contribuito a Infomigrants, notiziario internazionale sui migranti), oggi ha un suo sito d’informazione, Mondo e Mediterraneo. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti, Gran Bretagna e Grecia, ed è autore di saggi e romanzi.
E’ membro del Comitato consultivo del Festival dei Giornalisti del Mediterraneo ormai alla 17esima edizione insieme a Paolo di Giannantonio, Stefano Polli, Alessio Lasta che hanno coadiuvato l’ideatore del Festival Tommaso Forte, e il suo staff.

Patrizio Nissirio
- Nel 2025 il Festival dei Giornalisti del Mediterraneo è giunto alla sua 17ma edizione, ed è stata particolarmente partecipata. Cosa volevate comunicare in questi giorni, in questo momento storico?
Il tema principale di quest’anno era giocoforza Gaza, ma non è stato l’unico. Si è parlato, per esempio, dei suicidi, dei femminicidi, di ambiente e di giustizia ambientale. Il tema di maggior rilievo, naturalmente, ha riguardato il rapporto ormai drammatico tra la guerra e l’informazione, ricordando i giornalisti uccisi a Gaza dove c’è una guerra che nessuno riesce a raccontare perché nessun giornalista può avere accesso in quei territori. Ricordo che a Gaza sono stati ammazzati dai bombardamenti e dagli attacchi israeliani più giornalisti che in tutti i conflitti a partire dalla seconda guerra mondiale, già oltre 250, e moltissimi altri sono rimasti feriti. Quindi per l’informazione è una situazione insostenibile e gravissima, che si aggiunge alle migliaia di vittime civili che non c’entrano nulla con questo conflitto.
- Tra gli interventi quali, secondo lei, hanno destato maggiore interesse o sorpresa?
Qui a Otranto ci si è interrogati su quanto accade a Gaza e su altri fronti di guerra, come l’Ucraina, che non va dimenticata, con professionisti dell’informazione, ma anche di protagonisti come padre Ibrahim Faltas, già Vicario della Custodia di Terra Santa che è stata una delle grandi sorprese di questa edizione del Festival, un personaggio noto in Medio Oriente, e che ho molto apprezzato. Sono rimasto profondamente colpito dalla pacatezza con cui raccontava di cose terribili e drammatiche, non solo di questo ultimo conflitto, ma anche di quanto successo in passato. Un uomo evidentemente con una forza, una fede straordinaria che ha lasciato il segno su chi ha assistito al suo intervento.
A proposito di sorprese c’è stato un dibattito anche abbastanza acceso tra colleghi e persino da parte del pubblico su Trump, l’Ucraina, i venti di guerra che attraversano l’Europa, il riarmo, il pericolo addirittura di avere dei militari italiani che secondo una possibile evoluzione potrebbero trovarsi in Ucraina. Le voci dal pubblico erano a larghissima maggioranza contrarie. E’ proprio questa la natura del Festival, un luogo di scambio, di dialogo. La cosa che conta di più è la possibilità – non comune di questi tempi – di dialogare tra addetti ai lavori che non sono solo i giornalisti: sono gli accademici, sono gli esponenti della società civile. Un tesoro da preservare in tempi in cui prevale la tifoseria alla volontà di fare un’analisi seria e distaccata.
- A Gaza vengono invitati gli influencer per dimostrare che gli aiuti arrivano e non c’è carestia. che i diritti fondamentali sono rispettati. Invece i giornalisti vengono tenuti lontani e uccisi, lo ha ricordato poc’anzi. Ma dalla sua nascita il giornalismo, la corretta informazione, sono alla base della democrazia, cosa sta succedendo all’informazione in questi tempi?
Mah, intanto una riflessione: gli influencer fanno un lavoro legittimo, ma sono persone che fanno quel mestiere per guadagnare soldi, spesso sponsorizzati o pagati delle aziende. Non parlo di questi che sono stati inviati in maniera veramente discutibile a fingere che le cose vadano in un’altro modo. Però, appunto, è un mestiere che serve ad ottenere visibilità in cambio di guadagni da aziende, da produttori di vario tipo. Penso agli influencer di viaggi che vengono invitati per parlare di alberghi, ristoranti eccetera. Il giornalismo è un’altra cosa: il giornalismo informa, soprattutto sulle cose che non vanno. Parlando con colleghi di Radio Vaticana si ricordava una banalità, ma il giornalista è quello che fa domande, non deve dare risposte, non deve rassicurare, non deve neanche allarmare fa domande e racconta al meglio delle possibilità umane professionali quello che succede. Quindi vedere l’influencer al posto dei giornalisti mi sembra una cosa gravissima, perché sono mestieri diversi. Posso capire gli obiettivi delle varie macchine della propaganda ma non si fa un servizio né alla democrazia né, soprattutto, alla verità.

Patrizio Nissirio
- Qui si parla di giornalismo e di Mediterraneo. E voi avete scelto di gettare una luce anche sulle minoranze, sulle donne e la loro importanza nel mestiere della pesca. Quali sono le difficoltà nel raccontare questo tipo di realtà?
Intanto, secondo me, è una gran bella cosa raccontare di realtà poco conosciute. Hai ricordato la pesca delle donne che è una realtà minoritaria ma non poco importante perché al di là delle donne che fanno le pescatore (non vogliono essere chiamate pescatrici), le donne fanno parte della filiera della pesca e con ruoli importanti. Ecco, io trovo che sia sempre molto stimolante raccontare cose poco conosciute, storie di nicchia che ci dimostrano che persino in momenti cupi come quello che stiamo attraversando con tutte le varie guerre internazionali, continuano a esistere cose positive, continua a esistere un dialogo, uno scambio tra realtà dal basso e queste cose fanno la differenza. Ecco, io credo che pur nel pessimismo generalizzato di questo nostro tempo oscuro, queste attività meritino sempre di avere un faro acceso perché se non si riparte dalle cose positive e allora lasciamoci andare alla distruzione e chiudiamola qui. Invece è dovere anche dei giornalisti e anche del cittadino consapevole di saper anche vedere il resto che è importantissimo, perché è da lì che poi si riparte per la pace.
5. Lei lavora nel giornalismo da oltre 40 anni, negli ultimi anni per l’ANSA si è occupato di Mediterraneo e migranti. Adesso ha un suo sito, Mondo e Mediterraneo che è anche media partner di questo Festival. Quali notizie sceglie di raccontare? Su cosa sceglie di puntare il suo faro?
Intanto, il mio lavoro per molti di questi ultimi anni è stato il Mediterraneo ma ho avuto incarichi da corrispondente per molti anni anche altrove, negli Stati Uniti, ad esempio. Quindi naturalmente nel mio sito Mondo e Mediterraneo c’è una prevalenza di notizie che riguardano questa parte del mondo, ma non solo. Durante questo Festival di Otranto ho avuto il piacere e la fortuna di essere in contatto con gli amici del WWF Mediterranean che mi hanno portato a visitare aree protette, future aree protette e abbiamo fatto il punto sulle tematiche della sostenibilità, del ruolo dei giovani pescatori, delle donne ecc., quindi realtà molto interessanti. Ma a me piace soprattutto raccontare storie perché attraverso le storie si conosce il mondo, si conoscono le persone che sono protagoniste di queste storie. Le loro vicende ci raccontano anche una realtà, un tempo in cui si svolge la storia che stiamo narrando. Io mi considero un giornalista ma anche un narratore – sono autore di anche di romanzi – e quindi narrare le vicende che mi colpiscono, che mi incuriosiscono mi riesce naturale.
- Il Mediterraneo è sempre stato un bacino dove lingue, culture, confessioni diverse si sono incontrate. E’ stato ricordato anche durante i dibattiti di questi giorni: copti, ebrei, musulmani. Ci sono dei luoghi del Mediterraneo che vantano una lunga storia di incontro oltre che di scontro. C’è ancora spazio, per deporre le armi e sotterrare l’ascia di guerra?
Dobbiamo sempre sperare di sì. Non sperarlo più, non è un’opzione. Tante città del Mediterraneo che prima erano luoghi di incontro, penso a Smirne, penso a Istanbul, penso ad Alessandria d’Egitto, Beirut, oggi non lo sono più. Però lo sono state per centinaia se non migliaia di anni in tempi che non erano poco turbolenti. Quindi mi viene da pensare che ad un certo punto, forse oltre questo nostro tempo di vita, torneranno – quelli o altri luoghi – a essere posti accoglienti, che accolgano tutti. Tornando un attimo al conflitto in Medio Oriente: qui stiamo parlando di un conflitto che nasce circa 80 anni fa ma prima di tutto questo c’era stata una convivenza in vari paesi del Mediterraneo tra arabi ed ebrei, una convivenza normale anche in paesi a stragrande maggioranza musulmana. Quindi voglio pensare che si tratta di una fase. Io spero che presto si possa tornare veramente a riconoscere, finalmente, che ci sono più cose che uniscono i popoli del Mediterraneo di quante ce ne siano che li dividono.
Non è un’opzione perdere questa speranza, io vengo da una famiglia cosmopolita che frequentava questi luoghi che ho menzionato prima. Quel che porto con me nella memoria è la convivenza di gente diversissima che non si faceva la guerra, ma stava nelle stesse classi a scuola, parlava tutte le lingue che venivano parlate e si scambiavano esperienze e amicizie.
- In questi giorni si è vista una partecipazione notevole da parte del pubblico. Significa che la gente non è assuefatta, vuole sapere, vuole partecipare. Allora perché, secondo lei quando abbiamo un appuntamento alle urne, non si va a votare?
Qualcuno in questi giorni menzionava il fatto che i governi in generale ascoltino poco le proprie cittadinanze. Anche perché in questa fase, hai fatto benissimo a ricordarlo, in tutti i paesi di democrazia compiuta i votanti diminuiscono non perché ci siano meno cittadini, ma perché molta gente ritiene che sia del tutto inutile esprimere questa o quell’altra opinione nell’urna. Un problema molto grave è che le istanze che interessano la gente non vengono recepite e ne vengono create di fittizie, necessità finte in campagne fasulle. La gente vuole vedere cose concrete molto semplici: poter lavorare, poter avere un ambiente sano, non avere il timore di uscire la sera. Tutto il resto è fabbricato ad arte. Aggiungo anche che abbiamo visto in queste serate qui al Festival di Otranto che la gente è rimasta fino a tarda sera a sentire argomenti pesanti. Non si stava parlando di sciocchezze o di programmi di intrattenimento, non c’era nessuna star sul palco, se non persone, magari, conosciute per il proprio lavoro giornalistico. Ecco, questo testimonia che anche in tempi cupi, non è vero che alla gente non importa più nulla di quanto accade. Non sono d’accordo. Quando parli di cose interessanti, la gente reagisce positivamente. E questo succede da sempre al Festival dei Giornalisti del Mediterraneo.
A cura di Chiara Madaro, settembre 2025



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